5 Febbraio 2023

Messina Denaro in carcere sorridente e sereno: “Comportamento anomalo al 41bis”

Il boss mafioso è stato trasferito ieri notte nel penitenziario di massima sicurezza de L'Aquila dove è ristretto in regime di carcere duro. All'interno, il capobastone ha trascorso la notte e ha già fatto la sua prima "ora" d'aria. Sarebbe indagato anche il suo oncologo

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Il boss mafioso Matteo Messina Denaro è stato trasferito ieri notte nel carcere di massima sicurezza de L’Aquila dove è ristretto in regime di 41bis. All’interno del penitenziario abruzzese, il boss ha trascorso la notte e ha già fatto la sua prima “ora” d’aria.

L’ex latitante, secondo quanto trapela da indiscrezioni, si è organizzato in cella ed è molto attivo, mostrandosi sempre sorridente con il personale che incrocerebbe nel carcere. “Il suo sarebbe un comportamento anomalo rispetto a come si comportano di solito i detenuti al 41 bis”, mostrandosi sereno, fanno sapere alcune fonti citate dai media.

L’ex superlatitante è stato sottoposto questa mattina ad una lunga visita medica. Era stato visitato già ieri mattina nella infermeria del carcere “Le Costarelle” dell’Aquila dal professor Luciano Mutti, primario del reparto di oncologia a gestione universitaria dell’ospedale San Salvatore.

L’incontro sarebbe durato circa un’ora. Nonostante uno strettissimo riserbo, tutte le terapie e le procedure dovrebbero essere attuate in carcere per ridurre al massimo gli spostamenti in ospedale che farebbero scattare misure di sicurezza molto importanti. La chemioterapia la farebbe quindi in carcere.

Ci sarebbero molti riferimenti nell’agenda trovata la notte tra lunedì e martedì nella casa in cui il boss ha trascorso l’ultimo anno della sua latitanza. Stamane la scoperta del secondo covo, in cui gli investigatori sperano di rinvenire materiale scottante per le indagini.

Nell’appartamento di vicolo San Vito non sarebbero stati scoperti documenti esplosivi o carte compromettenti ma l’agenda potrebbe dare spunti investigativi importanti. Come i tantissimi documenti sanitari – referti di visite specialistiche, molte oculistiche, sostenute da Messina Denaro negli anni – recuperati in uno scatolone. Le cartelle mediche dimostrano che il capomafia durante la latitanza ha incontrato diversi dottori. Uno, Alfonso Tumbarello, medico di base di Campobello di Mazara è indagato per favoreggiamento e procurata inosservanza della pena, altri saranno presto sentiti.

I carabinieri del comando provinciale di Trapani hanno intanto perquisito il reparto di Oncologia dell’ospedale Sant’Antonio Abate alla ricerca del primo esame istologico effettuato da Matteo Messina Denaro, gravemente malato per un tumore al colon con metastasi al fegato.

Gli inquirenti stanno valutando la posizione del primario, Filippo Zerilli, che il giorno della perquisizione (avvenuta ieri mattina) era assente per malattia. Anche le posizioni di altri medici sono all’attenzione degli investigatori che voglio comprendere se fossero a conoscenza della vera identità di Andrea Bonafede.

L’oncologo trapanese Filippo Zerilli risulterebbe indagato nell’inchiesta sulla rete dei favoreggiatori del boss Matteo Messina Denaro. Avrebbe eseguito l’esame del dna necessario alle cure chemioterapiche a cui il boss di Castelvetrano doveva sottoporsi. Il paziente si era presentato al medico con i documenti falsi di Andrea Bonafede, il geometra che gli avrebbe “prestato” l’identità e che, come Zerilli, è finito ora sotto inchiesta.

Ma la caccia ai fiancheggiatori è solo all’inizio e potrebbe coinvolgere non soltanto prestanomi e gregari di piccolo calibro, ma sfere alte della società siciliana, quella vasta “borghesia” composta da politica, istituzioni, professionisti e massoneria: i cosiddetti colletti bianchi, insospettabili che sono da sempre collusi con Cosa nostra.

Intanto è prevista per domani l’udienza del processo a Matteo Messina Denaro che si celebra a Caltanissetta. L’ipotesi è che venga rinviata. Messina Denaro ha nominato ieri l’avvocato di fiducia, ossia la nipote Lorenza Guttadauro.

Finora il processo, che si è concluso in primo grado con la condanna all’ergastolo, si è svolto in assenza dell’imputato accusato di essere uno dei presunti mandanti delle stragi di Capaci e via d’Amelio. Il procedimento, approdato in Corte d’Assise d’Appello è ormai alle battute finali.


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