Camorra, 9 arresti in Campania. Indagato il segretario Pd Stefano Graziano

Camorra, 9 arresti in Campania. Indagato Stefano Graziano (Pd)
Da sinistra Stefano Graziano e Biagio Di Mura, l’ex sindaco di Santa Maria Capua Vetere arrestato

Nei guai il presidente del Pd della Campania e consigliere regionale, Stefano Graziano. L’esponente politico è indagato in una inchiesta della Dda di Napoli che ha portato agli arresti 9 persone tra cui Biagio Di Muro, ex sindaco di Santa Maria Capua Vetere. L’ipotesi di reato per Graziano è pesantissima: concorso esterno in associazione camorristica.

Intanto il dirigente Dem si è autosospeso dal suo incarico in Campania e dal Pd. “Nell’esprimere la massima fiducia nell’operato della magistratura – ha scritto in una nota – con grande sofferenza, comunico la mia autosospensione dal Partito Democratico in attesa di chiarire, al di là di ogni anche generico sospetto, la mia posizione”. “Ho sempre agito, nel corso della mia carriera politica – aggiunge Graziano – nel pieno rispetto dei principi di trasparenza e legalità, per me imprescindibili regole di vita. Pertanto – rende noto Graziano – ho conferito mandato al mio legale di attivarsi presso la Procura napoletana perché al più presto venga fissato un interrogatorio nel corso del quale potrò fornire ogni spiegazione sui fatti che l’Autorità giudiziaria riterrà di dover approfondire, confermando la mia totale estraneità a qualsiasi vicenda illecita”.

Perquisizioni sono state effettuate verso il presidente Pd. L’ipotesi che ha indotto gli inquirenti a effettuare le perquisizioni è che l’esponente politico abbia chiesto e ottenuto appoggi elettorali in riferimento alle ultime consultazioni per l’elezione del Consiglio regionale della Campania.

Secondo tale ipotesi, Graziano si sarebbe posto ”come punto di riferimento politico ed amministrativo” del clan Zagaria del quale è accusato di far parte Alessandro Zagaria, omonimo del boss, arrestato oggi.

Lo spunto investigativo è stato offerto da una intercettazione di colloqui tra Alessandro Zagaria e Biagio Di Muro. Colloqui nel corso dei quali si faceva riferimento all’appoggio elettorale che occorreva garantire a Stefano Graziano. Quest’ultimo si sarebbe attivato – ma tale circostanza non è ritenuta illecita dagli inquirenti della Dda – per favorire il finanziamento dei lavori di consolidamento di Palazzo Teti, al centro dell’inchiesta.

L’inchiesta che ha portato oggi all’esecuzione di nove ordinanze di custodia cautelare nei confronti di funzionari comunali, imprenditori, professionisti e “faccendieri”. Sono accusati, a diverso titolo di associazione per delinquere di stampo camorristico, corruzione per atti contrari ai doveri di ufficio e altre irregolarità nelle gare di appalto pubblico messe in atto anche per agevolare il clan dei casalesi.

L’indagine riguarda l’appalto per i lavori di consolidamento di Palazzo Teti, immobile ubicato in via Roberto D’Angiò confiscato al padre dello stesso primo cittadino, Nicola Di Muro. La gara, che negli anni ha subito vari rallentamenti, secondo l’ipotesi accusatoria della Dda di Napoli, sarebbe stata vinta da un raggruppamento di imprese ritenuto vicino al clan guidato da Michele Zagaria. Già nel luglio 2015 l’ex sindaco, in carica fino a pochi mesi fa, fu oggetto di una perquisizione.

L’operazione è scattata la mattina di martedì 26 aprile. I militari del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Napoli congiuntamente ai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Caserta, al termine di un’articolata indagine diretta e coordinata da locale Procura della Repubblica – Direzione Distrettuale Antimafia- hanno dato esecuzione appunto alle 9 ordinanze di custodia cautelare emesse dal Gip del Tribunale di Napoli.

I destinatari dei provvedimenti sono funzionari comunali, imprenditori, professionisti e “faccendieri”, che sono accusati, a diverso titolo, di associazione per delinquere di stampo camorristico, corruzione per atti contrari ai doveri di ufficio ed altre gravi irregolarità nelle procedure di affidamento di lavori di committenza pubblica realizzate anche al fine di agevolare uno dei sodalizi camorristici di maggiore spessore dell’area casertana.

L’INCHIESTA – Le indagini, in particolare, hanno fatto luce sulla gestione degli appalti da parte del Comune di Santa Maria Capua Vetere, evidenziando i legami del pro tempore sindaco, Biagio Di Muro, e di altri esponenti apicali dell’Amministrazione comunale con il clan dei “Casalesi”, con specifico riguardo alla fazione capeggiata dalla famiglia di Michele Zagaria.

In tale ambito, l’attenzione degli investigatori si è concentrata sulla procedura ad evidenza pubblica inerente la progettazione ed esecuzione dei lavori del “Palazzo Teti Maffuccini” di Santa Maria Capua Vetere, già confiscato negli anni ’90 al padre di Di Muro, storico vice-sindaco del comune sammaritano.

Il Giudice per le indagini preliminari ha ritenuto la sussistenza di un illecito accordo che ha visto nel ruolo di presunti corruttori l’ingegnere Guglielmo La Regina – rappresentante legale della “Archicons S.r.l.”, società che si è occupata della progettazione dei lavori in argomento- e Marco Cascella, rappresentante legale della “Lande S.r.l.”, che si è aggiudicata il relativo appalto del valore di oltre 2 milioni di euro.

Secondo l’accusa, i beneficiari delle presunte “tangenti” che sarebbero state elargite da questi imprenditori sono stati il sindaco Di Muro e alcuni componenti della Commissione di gara nominata (in specie, il Rup della gara Roberto Di Tommaso e il prof. Vincenzo Manocchio), che hanno favorito le aziende corruttrici mediante l’attribuzione del necessario punteggio tecnico nelle procedure di gara.

Per la procura la “mazzetta” corrisposta, per un valore al momento accertato di 70 mila euro, è stata contabilmente giustificata dall’emissione di fatture relative ad operazioni oggettivamente inesistenti da parte di aziende compiacenti, facenti capo al dottore commercialista Raffaele Capasso (consulente fiscale ed amico del nominato ingegnere La Regina), e all’ingegnere Vincenzo Fioretto.

Secondo i pm, quest’ultimo soggetto è risultato particolarmente legato a Alessandro Zagaria – che avrebbe beneficiato di una parte del compenso corruttivo in quanto anello di congiunzione tra i pubblici funzionari corrotti e il clan dei “Casalesi” – e alla “faccendiera” Loredana Di Giovanni, i quali hanno ricoperto un ruolo di fondamentale intermediazione nell’ambito dell’illecita dazione di denaro.

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