21 Luglio 2024

E’ morto Giorgio Napolitano, il primo comunista diventato filo “Amerikano”

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E’ morto Giorgio Napolitano. Il presidente emerito della Repubblica aveva 98 anni. Napolitano si è spento alle 19.45 di oggi, 22 settembre 2023, presso la clinica Salvator Mundi al Gianicolo, a Roma.

E’ stato nel bene e nel male uno dei protagonisti della vita pubblica e politica italiana dal dopoguerra a oggi. Leader comunista, lo definirono il “migliorista”, sebbene avesse notevoli doti come “equilibrista” del potere. In politica aveva imparato a destreggiarsi meglio di un democristiano.

Da giovane si iscrisse al Guf (Giovani universitari fascisti). Come tanti altri antifascisti di comodo, dopo la guerra, passò dalla parte dei “vincitori”, iscrivendosi al Partito comunista italiano, il movimento più forte dell’occidente allora finanziato dall’Unione sovietica. Tanti anni di carriera che lo portarono a essere tra i primi dirigenti del Pci, poi “pentito”.

Per molti decenni ha ricoperto le più alte cariche politiche e istituzionali, tra cui la presidenza della Repubblica, dove stette per i primi 7 anni e poi riconfermato per l’incapacità di parlamentari corrotti, inetti e senza visione a cercare un’altra figura. In quella occasione, Napolitano, commosso, strigliò pesantemente il Parlamento tacciandoli in sostanza come buoni a nulla.

Stanco per l’età, ne fece altri due di anni per poi, insieme a Renzi, che allora aveva la maggioranza in parlamento, decidere il suo successore: Sergio Mattarella, anche lui fedele servitore delle patrie altrui e agli interessi che con quelli nazionali, italiani, non ci azzeccano nulla.

Secondo i bene informati sarebbe stato Napolitano a far cadere il governo Berlusconi nel 2011 per inaugurare (o far proseguire) la stagione dei governi tecnici graditi alle nomenclature èlitarie, finanziarie e liberal-globaliste: da Monti a Letta a Renzi e via dicendo. Lo chiamarono il “golpe del Quirinale”. In verità i governi tecnici iniziarono nel 1992, dopo il colpo di stato giudiziario con cui il “pool” di Mani pulite, le cosiddette toghe rosse, smantellò i vecchi partiti, tranne il Pci. In quel periodo all’Italia venne sottratta ogni sovranità, da quella monetaria (Maastricht – Euro), a quella politica, istituzionale e industriale; “ceduta” di fatto a entità sovranazionali che da tre decenni decidono le sorti del Belpaese.

Con Renzi incaricato di formare il nuovo governo fu proprio Napolitano a silurare Nicola Gratteri come ministro della Giustizia, indicato dal rottamatore nella lista dei ministri. Il pretesto è che era un “magistrato in servizio”. Tuttavia – va detto – non è la prima volta che i capi dello Stato (contro la Carta) fanno ingerenza nelle formazioni dei governi, imponendo di depennare o rimpiazzare personaggi che potrebbero essere “scomodi” alle nomenclature citate prima. Mattarella, ad esempio, lo fece con Paolo Savona, indicato dal primo governo Conte come ministro dell’Economia ma sgradito a certi poteri oltreconfine.

Europeista e atlantista convinto (fu il primo dirigente comunista inviato negli Stati Uniti), Napolitano dopo anni di militanza nel blocco opposto, prima di congedarsi dalla vita pubblica è stato tra i maggiori referenti dello “stato profondo” italiano, divenendo di fatto filo “amerikano”, come lo bollarono i suoi detrattori interni al Pci.

Fu anche il primo comunista a diventare ministro dell’Interno e presidente della Camera, prima di scalare il Colle. Sul nascere del M5s vi furono i cosiddetti “vaffa-day” con il leader pentastellato Grillo che  in piazza insultò pesantemente il capo dello Stato. Ai primi successi del movimento nelle urne l’allora presidente per minimizzare si spinse a dire che non vi era stato alcun “boom” dei Cinquestelle. I  risultati effettivi lo smentirono clamorosamente.

Nel 2014 durante il mandato quirinalizio è stato teste in un processo che tratta dei rapporti tra mafia e politica. Un primato del quale Giorgio Napolitano avrebbe fatto volentieri a meno.

Una testimonianza, quella dell’allora Capo dello Stato dinanzi alla Corte d’Assise di Palermo in trasferta al Quirinale, resa nell’ambito del processo sulla cosiddetta Trattativa tra lo Stato e Cosa nostra dopo le stragi del ’92-’93 e nata dalla lettera del consigliere giuridico del presidente, Loris D’Ambrosio, che nel giugno 2012, mentre sui media appaiono le intercettazioni registrate dalla Procura di Palermo tra lui e Nicola Mancino, decide di dare le dimissioni, che vengono respinte.

Un mese dopo D’Ambrosio muore, pare (pare) stroncato da un infarto. Nella lettera il consigliere teme di “essere stato allora considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi”. Parole che per la Procura palermitana meritano di essere approfondite, anche con l’autorevole ausilio del Capo dello Stato.

Nella deposizione del 28 ottobre al Colle, Napolitano le definisce però “ipotesi prive di sostegno oggettivo perché altrimenti il magistrato eccellente Loris D’Ambrosio avrebbe saputo benissimo quale era il suo dovere”. Il rapporto tra Napolitano e le toghe palermitane non è stato privo di contrasti.

Nel luglio 2012 il Colle solleva il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, ritenendo che le prerogative del Presidente della Repubblica siano state lese per la decisione presa dalla Procura palermitana a proposito dell’utilizzo di conversazioni telefoniche tra il Capo dello Stato e l’ex ministro dell’Interno, Nicola Mancino, intercettate sull’utenza di quest’ultimo. Una scelta spiegata con queste parole: è “dovere del Presidente della Repubblica, secondo l’insegnamento di Luigi Einaudi, evitare che si pongano, nel suo silenzio o nella inammissibile sua ignoranza dell’occorso, precedenti, grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore immuni da qualsiasi incrinatura le facoltà che la Costituzione gli attribuisce”.

Una vicenda che si trascina per mesi, fino a quando, nell’aprile del 2013, proprio mentre le Camere cercano, invano, di eleggere il successore di Napolitano, la Corte di Cassazione mette la parola fine alla lunga diatriba delle telefonate tra lo stesso Napolitano e Mancino: le intercettazioni dei quattro colloqui, infatti, verranno distrutte.

La Corte d’Assise di Palermo, però, non molla la presa e ribadisce la necessità di sentire come testimone al processo sulla trattativa Stato-mafia il Capo dello Stato. La deposizione, chiesta dai Pm, era già stata ammessa, ma dopo la lettera inviata a fine novembre alla Corte d’Assise da Napolitano, alcuni legali ne avevano chiesto la revoca.

In quella lettera il Capo dello Stato chiedeva di fatto di evitare la deposizione, spiegando di non sapere assolutamente nulla delle vicende che sono d’interesse della Corte. Si arriva così al giorno della deposizione, off limits per la stampa. La trascrizione delle tre ore di faccia a faccia con i giudici sarà diffusa pochi giorni dopo. Tra le 40 persone che varcano la soglia del Quirinale per partecipare all’udienza c’è anche il legale di Totò Riina, Luca Cianferoni.

Per Napolitano, il suo ex consigliere giuridico era “animato da spirito di verità”. Era un D’Ambrosio “insofferente” dopo la pubblicazione delle sue telefonate con Mancino, ma non preannunciò al Capo dello Stato né la lettera né le dimissioni. Quanto alle bombe dei primi anni Novanta, il Presidente dice chiaramente che con gli attentati “la mafia voleva destabilizzare il sistema”.

Nel suo congedo dalle toghe, da Presidente del Csm, Napolitano, nel plenum straordinario del 21 dicembre insiste sulla necessità di lasciarsi definitivamente alle spalle lo “sterile scontro” tra politica e magistratura, ma al tempo stesso sottolinea come non si possano non “segnalare comportamenti impropriamente protagonistici e iniziative di dubbia sostenibilità assunti, nel corso degli anni, da alcuni magistrati della pubblica accusa”. Nessun riferimento diretto, naturalmente, allo scontro con i magistrati palermitani, ma è una ferita ancora aperta. Fine di una lunga parentesi “giudiziaria”.

Per tornare a lui, Napolitano nasce a Napoli il 29 giugno del 1925 e si laurea in Giurisprudenza nel dicembre del 1947 presso l’Università del capoluogo campano con una tesi in economia politica. Da studente universitario è impegnato con i giovani antifascisti e a vent’anni si iscrive al Partito comunista.

Nel 1953 viene eletto per la prima volta alla Camera, dove verrà sempre riconfermato, tranne che nella quarta legislatura, nella circoscrizione di Napoli fino al 1996. Nel 1992 ne diverrà presidente, dopo l’elezione a Capo dello Stato di Oscar Luigi Scalfaro, e sarà chiamato a governare l’Assemblea di Montecitorio al culmine di Tangentopoli, sempre geloso custode delle prerogative parlamentari.

Così, di fronte alla richiesta “irrituale agli uffici della Camera, da parte di un ufficiale della Guardia di Finanza, su invito della Procura della Repubblica di Milano, di atti peraltro già pubblicati per obbligo di legge sulla Gazzetta ufficiale”, Napolitano ribadisce “i principi inderogabili cui si deve ispirare una corretta collaborazione tra il Parlamento ed il potere giudiziario”, esprimendo “viva preoccupazione per il verificarsi di casi che toccano questi principi”, ottenendo dal Procuratore di Milano, Francesco Saverio Borrelli, “formali scuse” dopo avergli manifestato “stupore e disappunto”.

Mentre il suicidio del deputato socialista, Sergio Moroni, il 2 settembre del 1992, “fu il momento umanamente e moralmente più angoscioso che vissi da presidente della Camera”, confesserà alcuni anni dopo Napolitano, destinatario di una lettera da parte dello stesso parlamentare prima di compiere il tragico gesto.

Dopo quel biennio, scocca l’ora del maggioritario e della vittoria del centrodestra e di fronte alle attese e agli interrogativi che suscita l’avvento del governo di Silvio Berlusconi, durante il dibattito sulla fiducia l’ormai ex presidente della Camera disegna il perimetro di quello che dovrebbe essere il terreno di un corretto rapporto tra maggioranza e opposizione.

Un discorso rimasto celebre, che spinge il nuovo premier a lasciare i banchi del Governo per congratularsi con Napolitano. “L’opposizione -dice tra l’altro il futuro Capo dello Stato- non deve impedire che si deliberi in Parlamento, ma ha ragione di esigere misura e correttezza, riconoscimento e rispetto dei propri diritti. L’opposizione non deve impedire che questo governo governi; anzi, ha interesse a che non ci siano alibi per ogni possibile inazione o contraddizione da parte del governo. Quel che sollecitiamo è il linguaggio di un serio confronto istituzionale, di un confronto in quest’Aula sulla complessità ineludibile dei problemi e delle scelte di governo. È anche così che si rispetta sul serio il Parlamento ed il suo ruolo insostituibile nel sistema democratico, in una democrazia dell’alternanza: e non c’è nulla che prema di più a chi vi parla, nulla che dovrebbe premere di più a tutti noi”.

I primi incarichi nel Partito comunista, vedono Napolitano nominato segretario delle federazioni di Napoli e Caserta, mentre dal 1956 diviene membro del Comitato centrale, dove assume l’incarico di responsabile della commissione meridionale. Entrato a far parte della Direzione, nel triennio 1976-79, gli anni della solidarietà nazionale, è responsabile della politica economica del partito, mentre dal 1986 dirige la commissione per la Politica estera e le relazioni internazionali. E quando nel 1989 Achille Occhetto darà vita al ‘governo ombra’ ne sarà nominato ministro degli Esteri.

Allievo di Giorgio Amendola, con Gerardo Chiaromonte ed Emanuele Macaluso è uno degli esponenti di spicco della corrente “migliorista”, quella più moderata del partito, che lo vede sempre impegnato a tenere aperti i canali di dialogo con il Psi, anche negli anni del duro scontro tra Enrico Berlinguer e Bettino Craxi.

Sia per la sua linea politica che per gli incarichi ricoperti, Napolitano cura i rapporti con i Laburisti inglesi, i Socialisti francesi, i Socialdemocratici tedeschi, i Democratici statunitensi. E dopo un iniziale rifiuto nel 1975 del visto da parte del segretario di Stato Henry Kissinger (capo indiscusso del deep state internazionale), tre anni dopo sarà il primo dirigente comunista a recarsi negli Usa, nel pieno della stagione del compromesso storico.

Un viaggio reso possibile grazie anche ai buoni uffici del presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, come ricorderà anni dopo Napolitano in una lettera al leader democristiano: “Non dimentico come ti adoperasti per il buon esito di quella mia prima missione negli Stati Uniti”.

Kissinger invece si farà perdonare con gli interessi 40 anni dopo, quando nel 2015 gli consegnerà di persona l’omonimo premio all’American Academy a Berlino. “Ha salvato la democrazia Italiana nel bel mezzo della crisi economica globale. Per me -dirà l’ex capo della diplomazia americana- ha un grande significato celebrare Napolitano: vero leader democratico, amico delle relazioni atlantiche e difensore della dignità degli esseri umani”.

Tornando alla sua attività all’interno del Pci, Napolitano alla morte di Berlinguer sfiora la segreteria, spinto da un altro esponente “migliorista” come il segretario della Cgil Luciano Lama, ma alla fine prevarrà Alessandro Natta. In quegli anni, esattamente tra il 1981 e il 1986, sarà comunque capogruppo alla Camera.

Dopo aver lasciato l’assemblea di Montecitorio, nel 1996 viene nominato ministro dell’Interno nel primo Governo di Romano Prodi e con il ministro della Solidarietà sociale, Livia Turco, terrà a battesimo la legge sull’immigrazione che tra l’altro istituisce i Centri di permanenza temporanea (Cpt).

Chiusa anche quell’esperienza quando a palazzo Chigi, grazie a giri di palazzo, approda Massimo D’Alema, dal 1999 al 2004 Napolitano è parlamentare europeo, esperienza vissuta anche nel triennio 1989-1992. Come ex presidente della Camera, nel 2003 viene nominato a guida dell’omonima Fondazione, nata per favorire la conoscenza e la divulgazione del patrimonio storico e del ruolo istituzionale dell’Assemblea di Montecitorio.

Il 23 settembre del 2005 il ritorno nel Parlamento italiano, quando Carlo Azeglio Ciampi lo nomina senatore a vita. Sarà una parentesi di pochi mesi, perché il 10 maggio 2006 viene eletto Presidente della Repubblica con 543 voti, quelli della maggioranza di centrosinistra.

‘The quiet power broker’ (Il silenzioso intermediario del potere), lo definirà il ‘New York Times’, con espressione che sintetizza un settennato durante il quale la funzione di garante si concretizza in un’attività in grado di assicurare il costante equilibrio del sistema istituzionale, soprattutto nei momenti più critici e delicati.

Come nell’autunno del 2011, l’anno in cui si celebrano i 150 anni dell’unità d’Italia, quando la crisi del Governo Berlusconi e la preoccupante situazione economica legata all’elevato livello raggiunto dallo spread, portano alla nascita dell’esecutivo tecnico guidato da Mario Monti e sostenuto da un’ampia maggioranza parlamentare. Appunto quello definito “il golpe del Quirinale”.

La stessa che nella primavera del 2013, dopo la bocciatura di Franco Marini e di Romano Prodi ad opera dei franchi tiratori, chiederà a Napolitano di restare al Quirinale alla fine del suo settennato. Accetta e il 20 aprile arriva la sua rielezione con 738 voti. La prima ma non l’ultima volta nella storia repubblicana di una conferma al Quirinale dopo il settennato, visto che la stessa cosa accadrà nel 2022 con Sergio Mattarella, anche in questo caso per superare uno stallo parlamentare che sembrava insuperabile.

Giurando davanti al Parlamento riunito in seduta comune, Napolitano, denuncia l'”imperdonabile nulla di fatto sulle riforme della seconda parte della Costituzione”. Per questo, è il suo appello “non si può più, in nessun campo, sottrarsi al dovere della proposta, alla ricerca della soluzione praticabile, alla decisione netta e tempestiva per le riforme di cui hanno bisogno improrogabile per sopravvivere e progredire la democrazia e la società italiana”.

Un obiettivo che porta alla formazione del governo tecnico di larghe intese guidato da Enrico Letta e un impegno che non cessa anche quando l’ex Capo dello Stato decide che è arrivato il momento di lasciare il Quirinale, il 14 gennaio 2015.


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