Partiti spiazzati dalle dimissioni di Renzi. Ora mirano fino al 2018

Corazzieri al Quirinale
Corazzieri al Quirinale (Ansa/Onorati)

Crisi di governo. E’ arrivato il terzo giorno di consultazioni. Dopo le 17 sigle minori presenti in Parlamento ricevute ieri, oggi è il turno delle maggiori, con Si-Sel; Ala, Ap-Ncd; Forza Italia; M5s e Pd. La Lega Nord era stata ricevuta nella serata di venerdì.

Indiscrezioni di stampa danno sempre più maggiori chance come presidente del consiglio incaricato a Paolo Gentiloni, attuale ministro degli Esteri. Gentiloni è salito due volte a palazzo Chigi e potrebbe essere sintomo che un accordo di sintesi tra i partiti, nel dopo Renzi, è stato raggiunto.

Questa ipotesi sarebbe caldeggiata dal segretario Pd Matteo Renzi e dalla maggioranza del Partito democratico. Scelta che piacerebbe anche alla minoranza dem e agli altri partiti interessati, più che andare alle urne subito a trovare un accordo che li faccia “galleggiare” fino alla prossima estate o, nella più possibile delle ipotesi, tirare fino al termine della legislatura: primavera 2018.

I partiti, in questi casi si mostrano sempre molto “lungimiranti”. In sostanza, dopo due anni e mezzo di guerra a Renzi, pur di non lasciare le poltrone del palazzo, sarebbero disposti a trovare un accordo con il segretario del Pd per tirare a campare.

I partiti – questo è il punto – non avrebbero mai creduto che Renzi si sarebbe davvero dimesso dopo l’esito referendario. Sono rimasti spazzati. E adesso, ascoltando le loro dchiarazioni dopo la loro audizione al Quirinale, sono disponibili “coerentemente” ad ampie collaborazioni votando la fiducia a qualsiasi governo, sia esso tecnico che politico.

Il nuovo esecutivo è il terzo di questa legislatura. Una legislatura nata “zoppa” che ha costretto alle larghe intese sin dal principio. La legge elettorale dovrebbe essere il primo passo da compiere per il parlamento, ma con questi politici è davvero difficile prevedere i tempi per la sua approvazione in entrambi i rami, con partiti e movimenti che affermano in pubblico “al voto subito”, ma dietro le quinte tramano per restare fino a scadenza naturale.

Camera e Senato avrebbero tempo e modo per riuscire ad anticipare l’esito della Consulta del 24 gennaio 2017 trovando intesa su un nuovo Italicum che renda le norme “omogenee” sulla scorta delle indicazione del Colle e andare alle urne, senza alibi, già in primavera. Non c’è infatti bisogno di un nuovo esecutivo per fare la riforma elettorale, ma il Parlamento nella pienezza delle sue funzioni.