Ad Arcore uniti ma in disaccordo: Di Maio: “Salvini faccia uno squillo”

E' scontro tra Berlusconi e Salvini, il primo proteso (senza numeri) per Tajani premier con l'appoggio di renziani e altri,, il secondo per una intesa con il M5s: "Mai con il PD"

Carlomagno Faro istituzionale

Meloni Salvini BerlusconiVertice (infruttuoso) ad Arcore tra Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni che si sono riuniti per fare il punto sul prossimo giro di consultazioni al Quirinale dove il Centrodestra, a differenza della scorsa settimana, salirà unito e compatto per esprimere al presidente Mattarella “una sola voce”.

Al termine dell’incontro pomeridiano è stata rilasciata una dichiarazione ufficiale che parla di “unità” e compatezza, ma da quanto trapela c’è stata una mezza “spaccatura” tra i leader, con Salvini che vuole andare con i Cinquestelle e Berlusconi che tende a riabbracciare Renzi. L’orientamento “ufficiale” è quello di ribadire al Colle la richiesta di un incarico in forza del 37 percento dei voti ottenuti lo scorso 4 marzo, ma i numeri per la fiducia, da soli, sono lontani.

Berlusconi tende a escludere intese con il M5s, mentre per Salvini è l’unica via d’uscita. Viste le frizioni a destra, il capo dei pentastellati,  in caso di mancato accordo con il senatore leghista aveva lanciato con fare tattico un’ancora di salvataggio al Pd, partito sconfitto nell’ultima tornata che, almeno i renziani (la maggioranza dei parlamentari) hanno più volte rifiutato: “Avete vinto, ora spetta a voi governare. Noi staremo all’opposizione”, è stato detto. Posizione ribadita in serata anche dal reggente Martina.

Come finirà? E’ difficile prevederlo, sebbene un’alleanza “naturale” sui temi sarebbe per molti ambienti quella tra Centrodestra a trazione Lega che inglobi anche il M5S, come detto chiaramente dallo stesso leader del Carroccio e da Giovanni Toti, il forzista “ribelle”. Tra veti e contro veti, l’esperienza per l’elezione dei presidenti di Camera e Senato “ha funzionato”, quindi “perché non riprovarci per il governo”?, si chiedono molti sostenitori di questa ipotesi a destra, anche tra molti dirigenti azzurri “minori”, poco inclini ai salotti e ai caminetti.

Il leader leghista ha affidato a Facebook il suo pensiero in cui ribadisce: “E’ giusto che la coalizione che ha preso più voti abbia la responsabilità di governare”.

Il fatto che da Arcore non sia emersa una visione comune,  Salvini lo fa intendere quanto afferma che “in settimana continuerò a dialogare con altri (a cominciare da Di Maio), ma l’unica cosa che escludo è di fare un governo insieme al PD, che ha fatto disastri negli ultimi sei anni”, posizione in netto contrasto con la linea azzurra.

“Se ci saranno i numeri  per governare – rimarca – sarò orgoglioso di farlo, altrimenti meglio tornare ad ascoltare gli italiani. Spero che nessuno voglia perdere tempo o tirare a campare senza fare nulla”.

A stretto giro replica Luigi Di Maio che ha colto l’essenza del vertice di domenica: “Vedo che la Lega ha promesso il cambiamento, ma preferisce tenersi stretto Berlusconi e condannarsi all’irrilevanza. Adesso per completare l’opera, – spiega su Fb il capo politico dei stellati – consiglio a Salvini di chiedere l’incarico di Governo al Presidente Mattarella e di dimostrare come possa governare con il 37%. Da noi la grande ammucchiata non avrà un solo voto”, dice riferendosi all’ipotesi che circola di un governo Tajani sostenuto da tutto il centrodestra (fino alla chiara opposizione di oggi della Lega) e dalla maggioranza del Pd renziano, compresi Fitto, Bonino, Casini, Lorenzin e altri nel gruppo Misto.

“Quando Salvini vorrà governare per il bene dell’Italia ci faccia uno squillo, gli diremo se saremo ancora disponibili a lavorare con lui al contratto di Governo”, ha chiuso Di Maio.

La matassa appare più aggrovigliata di quanto possa apparire. Tornando al “come finirà”, può succedere tutto e il suo contrario. Salvini, nel suo post sottolinea di non avere alcuna intenzione di allearsi con il Pd, l’alleanza auspicata invece da Berlusconi che vede appunto di buon occhio una intesa con Renzi il quale detiene la maggioranza dei seggi tra i Dem (e questo dato sgonfia in partenza il salvagente lanciato da Di Maio a Martina), ma senza i voti della Lega Silvio non va da nessuna parte.

Quindi si torna punto di partenza, con Salvini costretto ora a scegliere se rimanere fedele a Berlusconi (ma in un vicolo cieco), oppure insieme alla Meloni, sganciarsi e dare vita a un governo con Di Maio, con numeri ampiamente sicuri, anche senza FdI.

Del resto c’è un precedente tra alleati a destra: nel 2013 la Lega era in coalizione con il Pdl di Berlusconi e arrivati a un soffio dalla vittoria (per una manciata di voti il premio di maggioranza fu assegnato a Bersani, ndr),  il Cavaliere diede subito appoggio alla “Grossa coalizione” votando la fiducia al governo Letta e “lasciando” i leghisti alleati all’opposizione. Poi  strinse il patto del Nazzareno con Renzi, per abbandonarlo quando coi voti dem è stato fatto decadere da senatore. In seguito ci fu la spaccatura nel Pdl, con l’ex delfino Alfano che assicurò all’allora premier Renzi il sostegno per andare avanti nella legislatura.