La Memoria dei genocidi dimenticati: I 100 milioni di morti del Comunismo

Carlomagno Lancia Ypsilon ibrida Giugno 2021
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Stermini e genocidi di massa. Nel corso del secolo scorso ci sono stati massacri imponenti contro l’umanità, tra i più noti la Shoah, ma ve ne sono altri che fanno accapponare la pelle per dimensione e ferocia rispetto all’olocausto consumato in vari campi di concentramento europei durante la Seconda guerra mondiale.

Sono i genocidi del Comunismo di cui i grandi media internazionali preferiscono non parlare, tentano di nascondere, di riporre nell’oblio. Oltre cento milioni di morti distribuiti in un periodo abbastanza breve.

Molte vittime in pochi anni in guerra, ma la sua specialità di sterminio Stalin (e i suoi ufficiali) la fece conoscere soprattutto durante i periodi di pace. Era il miglior modo per il comunismo di far buon viso e cattivo gioco in cui eliminare nemici interni ed esterni senza suscitare dubbi in quella che è stata la più raffinata macchina della menzogna della Storia.

Non dimenticare i genocidi del Comunismo, ricordare sempre le follie di mezzi uomini che attraverso la manipolazione della verità e della storia si sono tributati grandi spazi nella memoria collettiva e “positiva”. Così ovviamente non è, non lo è mai stato.

Loro sì, sono stati il male assoluto, così come lo sono i loro “nipotini” con la mastercard in tasca, che sfruttando l’onda della grande menzogna hanno immeritatamente conquistato spazi sociali e ruoli apicali nella cultura e oggi insegnano ai giovanissimi un cumulo di grandi falsità con l’alibi dell’antifascismo; l’unico collante, ormai scaduto, che in Italia li ha tenuti aggrappati al potere dopo il crollo del muro di Berlino e le sue illusioni. Però stanno ancora lì a dispensare lezioncine.

Nei paesi dell’Est europeo, dove gli effetti del Comunismo milioni di persone li hanno drammaticamente conosciuti per davvero, questi sedicenti intellettuali potrebbero avere un ruolo (ben accetto) nel raccogliere e sbucciare patate: il loro piatto più forte sul piano intellettuale. Il lavoro rende liberi; altro che scrivere libri e diffondere menzogne da “giornalisti” usciti dai centri (anarco)sociali.

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