Diabete, intervista a Francesco Rubino, il prof. italiano che dirige la prima cattedra mondiale a Londra sulla chirurgia bariatrica

Carlomagno campagna novembre 2018
Intervista a Francesco Rubino
Il Prof. Francesco Rubino illustra la sua teoria

Da quando gli hanno assegnato la Cattedra a Londra per profondere la sua teoria sulla chirurgia bariatrica contro il diabete il suo telefono non smette di squillare.

Riceve complimenti da tutto il mondo, da Strasburgo a New York, metropoli  dove ha cominciato la sua rapida ascesa nel campo clinico per sfidare, dice, «le molte convenzioni e i dogmi che ancora esistono» nel suo mestiere.

Ma anche da altre nazioni, soprattutto dall’Italia, dalla sua Cosenza, dove ancora vivono, a Roges di Rende, i suoi genitori, Ottavio e Anna e i suoi amici più cari come, fra i tanti altri, il chirurgo all’Annunziata di Cosenza Ninni Urso e l’avvocato Pierino Bruno, già vicesindaco della città.

Il professor Francesco Rubino, classe ’69, cosentino di nascita e adozione, in questa conversazione spiega la sua storia, la sua infanzia,  la sua tecnica  “rivoluzionaria” per sconfiggere il diabete, una malattia definita prima incurabile. Sposato da due anni con la californiana Christin, soprano lirico con cui condivide l’hobby delle immersioni, lo scienziato calabrese nel poco tempo libero ama leggere Gabriel Garcia Marquez e Camilleri, ma ai tempi del liceo classico “Telesio”, anche «i Promessi sposi». Prima di lasciare la città dei Bruzi per entrare nel mondo scientifico, Rubino era appassionato di calcio. Ha giocato nel Morrone, nel Commenda e negli Allievi e Beretti del Rende partecipando anche in coppa Italia.

Professore, come è nata la passione per la medicina e la chirurgia?
«Fin da piccolo. Fare il medico e il ricercatore è una grande fortuna perché ogni giorno hai l’opportunità di sentirti utile per il prossimo».

Quali i primi approcci alla ricerca?
«La ricerca altro non è che porsi sempre delle domande e trovare delle risposte. Appena laureato in medicina la passione per la clinica era dominante. Ma pensai che lo spazio per la ricerca in questo campo fosse limitata. Poi tutto è successo improvvisamente. Ero andato in America per imparare una nuova tecnica chirurgica mini invasiva da importare, speravo, in Italia. Nulla a che fare con la chirurgia bariatrica…».

…Cosa le fece cambiare idea?
«Mi posi una domanda che cambiò decisamente il corso della mia vita. Perché il diabete di tipo 2 scompare nella maggior parte dei pazienti obesi sottoposti a certo tipo di interventi chirurgici?»
C’era qualcosa che non quadrava, ricorda Rubino perché «nei libri è scritto che il diabete “è una malattia cronica e irreversibile”. Si può mitigare ma non scompare mai».
Da allora cominciò la sfida «per verificare l’ipotesi, che a un certo punto dimostrarono che c’era infatti dell’altro a spiegare la remissione del diabete dopo la chirurgia. Qualcosa che è legato alle modifiche dell’anatomia e della fisiologia dell’intestino e dello stomaco».

Il Prof. Francesco Rubino
Il Prof. Francesco Rubino

E poi è riuscito a dimostrare “concettualmente” questa sua teoria?
«I risultati, confermati anche da altri ricercatori in laboratori di mezzo mondo, non solo confermavano una ipotesi, ma mettevano in discussione tutti i pilastri della teoria fin ora dominante sulle cause del diabete. Una teoria molto popolare fra la gente, ciosì come fra gli scienziati, secondo cui il diabete sarebbe inguaribile. Ma i dati clinici e sperimentali dimostravano invece che il diabete non è invincibile, che forse un punto debole esiste, che il nemico è vulnerabile. Non solo per chi ha eccesso di peso bensì per le persone magre. Sono due fattori indipendenti tra loro».

Quali le perplessità della comunità scientifica sul suo metodo?
«Nella ricerca esiste sempre dialettica. Ci si confronta. Ciò che conta sono i risultati».

I suoi compagni di viaggio professionali?
«I grandi cambiamenti hanno bisogno di molte menti. Per questo penso e ringrazio il mio mentore Michel Gagner da cui ho appreso non solo la chirurgia mini invasiva ma anche l’abitudine alle sfide. Chirurghi come Joel Leroy in Francia, Marco Castagneto, Geltrude Mingrone alla Cattolica di Roma, Antonello Forgione, ora al Niguarda di Milano, Stefano Sereno. Penso in particolare a David Cummings, endocrinologo di Seattle, Phil Schauer, chirurgo della Cleveland clinic, Lee Kaplan, gastroenterologo ad Harward, Ricardo Cohen chirurgo brasiliano e Carel le Roux, endocrinologo sudafricano, trapiantato a Dublino».

Chi l’ha contattata per Londra?
«Ho ricevuto offerte da diverse Istituzioni americane, europee e anche di altri paesi che prospettavano condizioni più favorevoli a questa fase del mio lavoro. La partita alla fine è stata fra la Cleveland Clinic in USA e il King’s College di Londra. E alla fine ho scelto la capitale britannica».