CTS: “Ristoranti e bar possono restare aperti”, ma Conte e Speranza li hanno chiusi

Nel verbale dello scorso 17 ottobre il comitato raccomandava il rispetto delle misure anti-contagio, e con massimo sei persone a tavolo. Il premier nel dpcm del 3 novembre ha invece optato per la chiusura totale mettendo in ginocchio un settore che fattura miliardi di euro l'anno

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Ristoranti e bar potevano rimanere aperti. Lo dicono gli esperti nella riunione del Comitato tecnico scientifico dello scorso 17 ottobre, il cui verbale è stato messo a disposizione del governo, che nell’adozione del dpcm del 3 novembre ha comunque optato per la chiusura in zona rossa e arancione, mettendo il settore in ginocchio. Solo per la gialla è consentita, ma sino alle 18, quando larga parte del “fatturato” avviene la sera.

In quella riunione, presieduta da Agostino Miozzo e gli altri membri del Cts, avevano partecipato in video conferenza il ministro della Salute Robero Speranza, il vice ministro Pierpaolo Sileri e il sottosegretario alla Salute Sandra Zampa. In presenza, invece, aveva partecipato il commissario Domenico Arcuri.

Cosa aveva stabilito il Cts in quella riunione in relazione alla ristorazione?

“Per ciò concerne il settore della ristorazione, – si legge nel verbale numero 118 – il CTS rimarca il rigoroso rispetto e controllo delle misure già più volte indicate dal CTS ed oggetto delle norme attualmente in vigore (es. distanziamento, prevenzione degli assembramenti, obbligo nell’uso della mascherina negli esercizi commerciali e di ristorazione) con intensificazione della vigilanza e delle azioni di contrasto che devono essere rese più agevoli nella loro possibilità di adozione (es.: obbligo di affissione del numero massimo di clienti che è possibile accogliere negli esercizi)”.

Si legge ancora nel verbale: “Il CTS suggerisce la coerenza della limitazione già prevista dalle raccomandazioni vigenti per i contesti” domestici relativa al numero massimo di persone che possono condividere il medesimo tavolo all’interno dei locali di ristorazione”. Quindi non suggeriva la chiusura, anzi, ma esprimeva soltanto una raccomandazione precauzionale, come del resto lo è per gli altri esercizi, compresi quelli di generi alimentari.

Ristoranti, bar, gelaterie e pasticcerie, in base a quel verbale, potevano dunque restare aperti, a condizione che si rispettassero le norme anti contagio. I locali, lo sanno ormai tutti, già nella tarda primavera si erano attrezzati, spendendo migliaia di euro, per adeguare i locali alle norme anti-contagio del governo. Tuttavia, per una decisione del tutto incomprensibile, il governo ha deciso di chiuderli lo stesso quando, a novembre, ha assunto la decisione di istituire le regioni a fasce.

Il giorno dopo quella riunione, si tenne un’altra riunione, numerata 119, del 18 ottobre. Il Cts, venne chiamato a esprimersi sulla bozza del futuro dpcm che in bozza viene allegato al verbale. Il decreto uscirà quello stesso giorno con l’indicazione che il settore della ristorazione poteva stare aperto dalle 5 del mattino sino alle 24.

“Le attività dei servizi di ristorazione – si legge – (fra cui bar, pub, ristoranti, gelaterie, pasticcerie) sono consentite dalle ore 5,00 sino alle ore 24,00 con consumo al tavolo, e con un massimo di sei persone per tavolo, e sino alle ore 18.00 in assenza di consumo al tavolo; resta sempre consentita la ristorazione con consegna a domicilio nel rispetto delle norme igienico-sanitarie sia per l’attività di confezionamento che di trasporto, nonché, fino alle ore 24,00 la ristorazione con asporto, con divieto di consumazione sul posto o nelle adiacenze…[dopo le ore 21 e fermo restando l’obbligo di rispettare la distanza di sicurezza interpersonale di almeno un metro]. Periodo questo tra parentesi che venne eliminato dal decreto.

Il 3 novembre, tuttavia, istituendo le zone a fasce, con il pretesto dell’andamento epidemiologico, il governo ha deciso di chiudere per le regioni arancioni e rosse, mentre limita per quelle gialle l’apertura fino alle ore 18.

In quella riunione del 18 ottobre, emerge dal verbale, ci sono state accese divergenze nel Cts sulla opportunità di chiudere o meno palestre e piscine. “Alcuni componenti del CTS – spiega il verbale – hanno assunto posizioni divergenti sulla opportunità di chiudere temporaneamente le palestre e le
piscine rispetto alla possibilità di mantenerle aperte ma con rigorose indicazioni di contingentamento degli accessi e del rispetto delle misure igienico-sanitarie previste”.

In sostanza, se solo ci fosse stata la volontà politica, anche questi settori potevano restare aperti e di conseguenza salvarsi, poiché lo sport è salutare ed è fra l’altro raccomandato dalle stesse autorità sanitarie nazionali e mondiali.

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