2 Luglio 2022

Il terrore del virus ‘azzera’ la natalità. Culle vuote. E l’Italia importa figli altrui

L'Istat: "I 420 mila nati registrati in Italia nel 2019, che già rappresentano un minimo mai raggiunto in oltre 150 anni di unità nazionale, potrebbero scendere a circa 408 mila nel 2020. L'anno prossimo si stimano 393 mila nuovi nati".

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L’Italia costretta a importare i figli degli altri per assenza di figli suoi. La forte denatalità nel Belpaese era già in corso da molto tempo, accentuandosi negli ultimi anni con percentuali negative da brividi. Sono lontanissimi i tempi in cui gli attuali anziani, anche in periodi bellici, proliferavano in abbondanza sfidando pericoli e incertezze. Ma la famiglia era la famiglia, al cui centro c’era appunto il pilastro dei figli, ossia il futuro della società.

Dopo avere attraversato anni bui per via della situazione economica pre-virus, ora l’attuale crisi sanitaria ed economica influisce ancor di più negativamente soprattutto sulla natalità. “È, infatti, legittimo ipotizzare – dice il presidente dell’Istat, Gian Carlo Blangiardo – che il clima di paura e incertezza e le crescenti difficoltà di natura materiale (legate a occupazione e reddito) generate dai recenti avvenimenti orienteranno negativamente le scelte di fecondità delle coppie italiane”.

In audizione sulla manovra davanti alle Commissioni bilancio di Camera e Senato il presidente Blangiardo ha spiegato: “I 420 mila nati registrati in Italia nel 2019, che già rappresentano un minimo mai raggiunto in oltre 150 anni di unità nazionale, potrebbero scendere, secondo uno scenario Istat aggiornato sulla base delle tendenze più recenti, a circa 408 mila nel bilancio finale del corrente anno – recependo a dicembre un verosimile calo dei concepimenti nel mese di marzo – per poi ridursi ulteriormente a 393 mila nel 2021”, ha aggiunto.

La crisi ha interessato di più il Mezzogiorno e i giovani, “ma questa volta sono state soprattutto le donne – maggiormente impiegate nei servizi (il settore più colpito con 809 mila occupati in meno rispetto al secondo trimestre 2019) e in lavori precari – a subire gli effetti maggiori: nel secondo trimestre del 2020 si contano 470 mila occupate in meno rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente (323 mila in meno tra quelle con contratto a tempo determinato) e il tasso di occupazione femminile 15-64 anni si attesta al 48,4%, contro il 66,6% di quello maschile, collocandoci al penultimo posto della graduatoria europea, appena sopra la Grecia”, ha detto il presidente dell’Istat.


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