Nessuno tocchi il "fortino" Rai. L'azienda rifiuta i tagli e costringe gli operai a scioperare per tutelare i loro stipendi d'oro

sciopero raiNessuno tocchi il “fortino” della Rai. Non è stato lo slogan dello sciopero indetto ieri dai dipendenti Rai in tutta Italia ma l’essenza del messaggio lanciato da chi – come i vertici aziendali – rifiuta qualsiasi prospettiva di taglio o revisione dei costi.  Dalla manifestazione di ieri si è avuta l’impressione che i vertici aziendali, facendo presente il rischio di pesanti “ricadute negative” agli anelli più deboli della catena Rai, abbiano “costretto” in avanscoperta proprio le persone maggiormente esposte.

Una furbata, potremmo definirla. Come il vecchio adagio: “armiamoci e partite”. Non si nono visti in piazza i membri del Cda protestare, né manager e consulenti strapagati, né i conduttori paperoni. Men che meno quei giornalisti blasonati remunerati a vita con somme da capogiro. Allo sciopero hanno partecipato tecnici e impiegati, magazzinieri che seppure stabilmente assunti senza concorso in un’azienda pubblica sono sempre l’anello debole. Ieri è stata una giornata molto “calda” con momenti di tensione e contrapposizioni all’interno dell’azienda. Il governo ha tuttavia fatto sapere di non voler retrocedere rispetto al taglio di 150 milioni di euro previsto dal decreto Irpef.

Intanto, è tornato a parlare di canone il sottosegretario alle telecomunicazioni Antonello Giacomelli. «Il canone Rai – ha detto l’esponente di governo intervenendo a Roma – è la tassa più odiata, la più evasa e la più ingiusta, perché fa pagare allo stesso modo poveri e milionari». «Non è nostra intenzione – ha aggiunto l’esponente del Pd – lasciare la questione del canone ai governi che verranno dopo di noi. È nostra intenzione aprire un grande dibattito sulle modalità di finanziamento del servizio pubblico televisivo, che deve avere risorse certe, con l’obiettivo di arrivare alla fine dell’anno con una proposta organica del governo.

La funzione di servizio pubblico non è più un’esclusiva solo della Rai, perché specie a livello locale ci sono forme di servizio pubblico diffuso. Non so se si possa parlare, in questo caso, di sussidiarietà, ma certamente possiamo usare la parola complementarietà». Secondo il presidente della Fondazione per la sussidarietà Giorgio Vittadini «è buona l’idea di una consultazione con i corpi sociali perché non possono essere soltanto i politici a occuparsi del futuro della televisione in Italia».

La questione de Canone è argomento spinoso su cui da tempo si stanno confrontando azienda, governo e parlamento. E’ giusto o non è giusto pagarlo? Il dilemma è capire la legittimità costituzionale della tassa, lasciando da parte i pareri dell’Ue che non sono affatto vincolanti. Dal nostro punto di vista non lo è; e non tanto per la scarsa efficienza del servizio, quanto per una tassa configurata come tributo per il possesso della Tv e non per il servizio pubblico Rai.

Se si tratta di una tassa applicata al proprietario di una tv, il governo e l’azienda spieghino una cosa: perché se l’utente che possiede due, tre schermi deve pagare soltanto una imposta, mentre i possessori di due, tre case o due o tre auto il contribuente deve versare all’erario due o tre volte l’Imu oppure due o tre volte il bollo? La logica suggerisce che siamo davanti a una discriminazione fiscale.

Diversamente se il tributo viene imposto per la fornitura di un servizio non può essere definito “tassa” ma un servizio in licenza che come tutti i servizi in licenza può essere accettato o liberamente revocato. Ecco il nodo da sciogliere. Va da sé che con questo ragionamento il canone Rai deve essere abolito per dare semmai spazio a forme di finanziamento diverse. Ad esempio tramite abbonamento, lasciando in ogni caso integro il servizio pubblico (quello informativo, gli eventi di portata nazionale, i temi legati alle minoranze e tutto ciò che è di scarso interesse) da finanziare i larga parte con introiti pubblicitari, in piccolissima parte con trasferimenti dello Stato e facendo soprattutto leva sul risparmio dei costi (o meglio sprechi) aziendali.

Sarebbe ora di smetterla di remunerare con fior di milioni manager, conduttori e consulenti. E non sarebbe del tutto sbagliato un taglio netto (altro che contributi di solidarietà) anche agli stipendi di blasonati giornalisti, corrispondenti, direttori e super direttori di sedi che percepiscono centinaia di migliaia di euro l’anno con premi di produzione, super benefit, liquidazioni esorbitanti e vitalizi d’oro. Tutto ciò quando gli italiani sono costretti a stringere la cinghia fino all’osso. Quando i tribunali, per esempio, sono senza risme di carta nè carburante per esercitare il loro operato non si può consentire ad un’azienda piena di debiti e sprecona di rimanere blindati nel loro fortino. Questo Renzi l’ha capito e fa bene ad andare fino in fondo per levare ogni margine di autoconservazione alla casta degli “intoccabili”.