Droni in Polonia, analista: “Putin non ha interesse all’escalation”

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di Andrew Spannaus *

Durante la Guerra fredda, Stati Uniti e Urss erano convinti che l’altro potesse lanciare un attacco preventivo in qualsiasi momento. Per questo entrambe le parti dovevano essere pronte a rispondere entro pochi minuti, per non rischiare la sconfitta e la distruzione. Più volte siamo andati vi-cini a un conflitto a causa di incidenti e malintesi, ma alla fine la consapevolezza della “distruzione mutua assicurata” ci ha salvati.

Oggi occorre riflettere sugli assunti che guidano il nostro approccio alla Russia, prima di imboccare una strada che potrebbe riportarci al pericolo di un conflitto di-retto. A sentire politici e analisti, dopo l’incidente dei droni che hanno violato lo spazio aereo polacco, sembra certo che Mosca voglia lo scontro con l’Occidente. Si parla di una mossa intenzionale, un modo per mettere alla prova la risolutezza europea, e il segnale di un futuro attacco militare oltre l’Ucraina.

Ma la situazione va valutata con calma. I dettagli dell’incidente non sono chiari, e l’esperienza di questi anni dimostra che, nella nebbia della guerra, non è facile stabilire la verità: spesso conta più la contingenza locale che gli ordini impartiti dall’alto. E importante, invece, capire cosa vuole davvero il Cremlino. Finora tutto ciò che ha fatto Vladimir Putin è stato per ostacolare l’avvicinamento dell’Alleanza atlanti-ca ai confini russi. Reagisce con rabbia e minacce quando forniamo nuove armi e sistemi. Si oppone alla presenza di truppe straniere ai suoi confini e chiede l’arretra-mento di quelle già dispiegate nell’Europa orientale.

La Russia vuole l’Ucraina, ma non riesce a controllarne più del venti per cento del territorio. I suoi obiettivi per una trattativa sono di ottenere qualche distretto in più e di impedire che l’Ucraina diventi un avamposte militare della Nato, formalmente o di fatto. Che vantaggio avrebbe Putin di attirare più F-35 in Polonia, e un rafforzamento delle difese aeree, quando da anni, chiede esattamente il contrario?

Un altre assunto riguarda la cosiddetta “Dottrina Gerasimov”, secondo la quale la Russia condurrebbe una guerra ibrida permanente. In realtà il concetto è nato da un equivoco: fu l’analista americano Mark Galeotti a coniare il termine, quasi per scherzo, e in seguito si è scusato. Nell’articolo originale del 2013 pubblicato sulla rivista Military Industrial Kurier, il generale Gerasimov non proponeva una dottrina russa, ma descriveva le politiche dell’Occidente per riflettere su come difendersi dalle operazioni orchestrate da Washington, come le rivoluzioni colorate.

La convinzione che Mosca voglia aggredire l’Occidente nel suo complesso, e che lo faccia seguendo una dottrina che – secondo lo stesso autore del termine – non esiste, rivela una scarsa comprensione della strategia russa.

Di fronte a incidenti militari, che siano provocazioni o semplici errori, la reazione migliore non è di alzare i toni e mostrare i muscoli. Occorre difendere con fermezza i Paesi Nato, ma al tempo stesso evitare fughe in avanti che potrebbero offrire un pretesto per abbandonare la via diplomatica, che resta ancora possibile”.

* Giornalista e analista americano

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