29 Giugno 2022

Storia dell’inchiesta sulle ‘zone rosse’ che inguaia il premier Conte

Epidemia colposa, questa l'ipotesi su cui da oltre due mesi indagano i pm di Bergamo, giunti a Palazzo Chigi per sentire il governo in merito alla mancata chiusura dell'area di Nembro e Alzano.

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Sarebbe partita all’inizio di aprile sulla base di ricostruzioni giornalistiche e dell’esposto dell’ex inviato di ‘Striscia la notizia’, Stefano Salvi, l’inchiesta della Procura di Bergamo approdata a Palazzo Chigi per sentire il presidente del Consiglio Giuseppe Conte sulla mancata istituzione della ‘zona rossa’ a Nembro e Alzano.

Epidemia colposa a carico di ignoti: questa la ‘traccia’ iniziale, per ora rimasta invariata, seguita dalla squadra di tre magistrati (un quarto si è sfilato ufficialmente perché deve smaltire le ferie, una fonte parla di “divergenze”) guidati dal procuratore aggiunto Maria Cristina Rota che, subito dopo l’avvio del fascicolo, aveva definito l’iniziativa all’Agi come “un atto dovuto”.

Erano i giorni in cui già la pagina Facebook del comitato ‘Noi denunceremo’ esplodeva di rabbia e dolore coi racconti dei parenti delle persone morte per coronavirus poi confluiti nelle 50 denunce presentate nella stessa Procura nei giorni scorsi. Il filo conduttore, come si legge in uno degli esposti, è quello della ”inerzia assoluta che ha provocato un incendio di proporzioni devastanti in Valle Seriana” da parte di governo e Regione Lombardia rispetto alla decisione di chiudere Nembro e Alzano, i due comuni dove il virus già imperversava. Come a Codogno e in altri paesi, dove però i confini erano già stati sigillati, mentre in provincia di Bergamo alla decisione si arrivò solo l’8 marzo, insieme al resto del Paese.

La decisione spettava al governo?
Legato al tema della mancata zona rossa c’è quello della riapertura seguita a una prima chiusura dell’ospedale di Alzano, dove già si erano registrati casi di pazienti positivi. Per questo uno dei primi atti dell’indagine sono state le perquisizioni dei Nas nella struttura sanitaria. Ma l’inchiesta si è impennata poi sulla questione della zona rossa perché i pubblici ministeri hanno convocato l’assessore al Welfare Giulio Gallera e il presidente della Regione Attilio Fontana uno dopo l’altro come persone informate sui fatti.

Entrambi hanno spiegato che la decisione spettava al governo, citando l’invio dell’esercito come prova inequivocabile. “Nessuna pressione da parte di Confindustria per lasciare aperto”, ha assicurato Fontana nell’audizione del 29 maggio, accompagnata, alla sua uscita dalla Procura, oltre che dalla scorta dai cori ‘assassino, assassino’ da parte di un gruppo di cittadini convinti che la responsabilità sia stata sua.

La pm: “Sì, spettava al governo chiudere”
Poche ore dopo, incalzata dai giornalisti, il procuratore Rota si è lasciata andare a una dichiarazioni inconsueta, a microfoni aperti, sullo stato delle indagini: “Spettava al governo chiudere”. Parole che sembravano ‘scagionare’ in anticipo Fontana ma che, a quanto appreso dall’Agi, confidandosi con chi le sta vicino Rota ha detto essere state fraintese perché le conclusioni dell’indagine sono ancora tutte da scrivere. E, per farlo, almeno sul tema della zona rossa, la pm è scesa a Roma per una tre giorni che coinvolge il governo.

Dopo l’ascolto di Silvio Brusaferro, il presidente dell’Iss che suggerì al governo di istituire la zona rossa all’inizio di marzo perché l’indice di contagio in Valle Seriana era già molto alto, tocca al presidente Conte e ai suoi ministri Roberto Speranza, in quanto responsabile della Sanità, e Luciana Lamorgese, da cui dipendeva l’invio dell’esercito.

Poi arriverà il momento più delicato per i magistrati, chiamati a decidere se i comportamenti di Regione e governo rientrassero nell’ambito di scelte politiche, per quanto eventualmente sbagliate, oppure nella sfera della giustizia penale.


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