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Terribile frontale tra bus turistico e camper tra Umbria e Lazio, 6 morti e 30 feriti

Sono sei, al momento, le vittime dell’incidente avvenuto ieri pomeriggio sulla strada statale 79 Ternana al confine tra Lazio e Umbria, all’altezza del Lago di Ventina. Un pullman si è scontrato frontalmente con un camper che procedeva in direzione opposta. Coinvolte anche tre auto che non sono riuscite a evitare l’impatto con i mezzi nel tratto compreso tra lo svincolo di Colli sul Velino e quello di Piediluco. Una vettura si è ribaltata.

I feriti sono una trentina, di cui tre gravi. Il bilancio non è ancora definitivo. Un uomo è in condizioni disperate all’ospedale di Perugia. La direzione sanitaria dell’azienda ospedaliera di Perugia ha comunicato che il paziente, di 58 anni, residente nel Lazio, è attualmente ricoverato in prognosi riservata in terapia intensiva.

Il paziente ha riportato un grave trauma cranico. Le condizioni cliniche permangono critiche: è in vita, sottoposto a ventilazione meccanica, in sedazione e in trattamento con le specifiche terapie intensive previste dal quadro clinico. La direzione sanitaria informa, inoltre, di aver attivato il servizio di supporto psicologico a favore dei familiari del paziente.

Nell’ospedale di Terni due persone sono al momento ricoverate in rianimazione, in condizioni stazionarie, tre in osservazione e quattro sono stati dimessi questa mattina.

Le indagini sono affidate alla polizia stradale di Terni con il supporto della polizia stradale di Rieti. Sul posto si è recato il pm di turno della procura di Terni che in base ai primi accertamenti potrebbe aprire un fascicolo per omicidio stradale oppure per omicidio colposo plurimo.

Il drammatico incidente sulla statale 79 Ternana è avvenuto in territorio laziale, all’uscita della galleria di Greccio. Sul pullman turistico viaggiavano venti persone. L’intera zona era stata interessata da un intenso acquazzone e da forti raffiche di vento che hanno causato anche la caduta di alberi sulla carreggiata.

Chi sono le vittime
Si tratta dei coniugi Giampiero Colasanti, di Narni (Terni), di 68 anni, e Daniela Bellanca, di 59, che erano a bordo del camper. I due, morti sul posto, tornavano da un week end in Abruzzo in provincia dell’Aquila, dove avevano partecipato a un raduno di bikers.

Nello scontro è morto anche Federico Romualdi, di Terni, di 49 anni, conducente del bus navetta che trasportava i turisti alla Cascata delle Marmore. Tra le vittime anche Stefania Laurenzi, di Roma, 49 anni, morta sul posto, e Paolo Cosci di Massa, di 51 anni, morto in ospedale, e la sua compagna, coetanea, Graziella Baldini, anche lei di di Massa. Questi ultimi erano a bordo del bus navetta.

La dinamica dell’incidente
Secondo una prima ricostruzione, fornita dalla Polizia stradale di Rieti citata dai media, che ha operando insieme a quella di Terni, competente per territorio, il camper, che viaggiava in direzione Terni, avrebbe invaso la corsia opposta da cui sopraggiungeva il pullman che stava percorrendo la superstrada in direzione opposta, dunque Rieti. La dinamica è tuttavia da accertare. L’impatto è stato frontale e molto violento, il camper è stato completamente disintegrato. Nell’incidente sono rimaste coinvolte anche tre auto, una delle quali si è capovolta su un lato.

Lo schianto sulla Terni-Rieti, la vacanza finita in tragedia

È morto facendo il lavoro che amava mentre stava trasportando, alla guida di un bus-navetta da 40 posti, i turisti nell’area fra la Cascata delle Marmore e Piediluco.

Federico Romualdi, 49enne di Terni residente nella frazione di Torreorsina, avrebbe fatto il possibile, frenando fino a inchiodare, per evitare l’impatto con il camper che avrebbe invaso la sua corsia di marcia, domenica pomeriggio lungo la superstrada Terni-Rieti. Purtroppo non c’è riuscito ma forse quell’azione, anche istintiva, ha permesso di contenere un bilancio di vittime (sei) e feriti (34 di cui 19 già dimessi), comunque drammatico. L’uomo, dipendente di una ditta ternana di trasporti, lascia la moglie – con cui avrebbe festeggiato quest’anno i 25 anni di nozze – e due figli, uno poco più che ventenne e l’altro quasi maggiorenne. A bordo del camper finito contro il bus-navetta c’era una coppia di Narni: il 68enne Giampiero Colasanti – al volante – e la compagna 59enne Daniela Bellanca. Stavano tornando dall’Abruzzo, dove avevano trascorso il fine settimana partecipando a un raduno di bikers a San Pio delle Camere (L’Aquila). Colasanti, conosciuto da tutti a Narni e soprannominato “Scintilla” per le sue abilità professionali nel campo della meccanica, delle saldature e dell’elettronica, era uno dei punti di riferimento della Corsa all’Anello, tradizionale rievocazione storica della città. La compagna Daniela lavorava da tempo come commessa in un supermercato di Narni. Lasciano una figlia, Colasanti, e un figlio, Bellanca, avuti da precedenti relazioni. Il tragico schianto è costato la vita anche a un’altra coppia di coniugi, i 61enni Graziella Baldini e Paolo Cosci, toscani di Massa, che erano a bordo del bus. La prima è deceduta sul colpo, mentre lui è morto all’ospedale “Santa Maria” di Terni nonostante i tentativi dei sanitari. Cosci era titolare di un’impresa di infissi e la coppia, in gita in Umbria per visitare anche l’area della Cascata delle Marmore, era molto conosciuta nella città di origine. Lasciano due figli.

Tragico destino anche per un’altra passeggera del bus-navetta, la 59enne Stefania Laurenzi, di Roma, deceduta sul luogo dell’incidente. Con lei, in quella che doveva essere una gita spensierata in Umbria, c’erano il marito Massimiliano, che lotta fra la vita e la morte nel reparto di rianimazione dell’ospedale di Perugia, e le due figlie della coppia, trasportate all’ospedale di Rieti con lesioni non gravi.

Sull’impatto la Procura della Repubblica di Terni, guidata dal procuratore capo Antonio Laronga, ha aperto un fascicolo per le ipotesi di omicidio stradale e lesioni personali colpose. Prevista l’autopsia sulle salme dei due conducenti – del camper e del bus navetta – per tentare di chiarire le cause dell’accaduto, la cui dinamica, secondo quanto si è potuto apprendere, sarebbe ritenuta relativamente chiara. Cordoglio è stato espresso, tra gli altri, dalla presidente della Regione Umbria, Stefania Proietti, dalla presidente dell’Assemblea legislativa dell’Umbria, Sarah Bistocchi, e dai sindacati che sottolineano, fra l’altro, “l’ennesimo caso di una vittima sul lavoro” e sollecitano maggiore sicurezza.

Incidente stradale in galleria nel reggino, tre feriti gravi

Tre persone sono rimaste gravemente ferite in un incidente stradale avvenuto poco dopo la mezzanotte sulla Limina, la strada di grande comunicazione Jonio-Tirreno. Il sinistro è avvenuto all’interno della galleria in direzione Gioiosa Jonica, nel reggino. Sono due le auto coinvolte nel sinistro.

La richiesta di soccorso, giunta alla sala operativa dei vigili del fuoco poco dopo la mezzanotte, segnalava uno scontro con vetture in fiamme e diverse persone incastrate all’interno degli abitacoli. La segnalazione di incendio è fortunatamente rientrata durante il tragitto dei mezzi di soccorso. Oltre ai carabinieri, quindi, sul posto sono intervenute diverse squadre dei vigili del fuoco, come quella di Siderno e quella di Polistena che è giunta per prima nel punto dove si è verificato l’incidente.

Stando alla ricostruzione, con ogni probabilità si è trattato di un violento scontro frontale che ha coinvolto due vetture di grosse dimensioni. È stato necessario l’utilizzo di cesoie e divaricatori idraulici per tagliare le lamiere dei veicoli e liberare le persone intrappolate.

Su una delle due auto, una Jeep Renegade, viaggiavano due persone estratte dal personale di Polistena. Tra queste una donna che apparsa subito in condizioni più gravi e che è stata affidata alle cure dei sanitari del 118. I feriti sono stati trasportati d’urgenza agli ospedali di Locri, Polistena e Reggio Calabria.

Scoperta una piantagione di marijuana nel cosentino

Archivio

I finanzieri del Comando provinciale di Cosenza hanno scoperto una piantagione di canapa indiana nascosta tra la fitta vegetazione nel Comune di Grisolia, in provincia di Cosenza.

L’operazione, scattata a seguito di una segnalazione della Sezione aerea di Lamezia Terme del Reparto operativo aeronavale di Vibo Valentia, ha portato alla distruzione di 44 piante di marijuana e al prelevamento per la campionatura di nove piante della stessa sostanza. La piantagione, di difficile individuazione in quanto si trovava in una zona impervia, era disposta su numerosi filari, serviti da un impianto di irrigazione, realizzata con modalità tali da garantirne la continuità produttiva e la successiva destinazione dello stupefacente al mercato illecito.

L’altezza variabile delle piante, da circa 30 centimetri fino a circa 3 metri, era indicativa di una coltivazione effettuata in periodi differenti. La sostanza stupefacente avrebbe fruttato alla criminalità oltre 200mila di euro di profitti illeciti.

L’operazione si è conclusa con una segnalazione a carico di ignoti alla Procura della Repubblica del Tribunale di Paola.

Incendio nel Cosentino, chiusa l’autostrada A2

Un incendio di sterpaglie si è sviluppato in prossimità dell’autostrada A2 Salerno-Reggio Calabria, all’altezza di Firmo, nel Cosentino, rendendo necessaria la chiusura temporanea di entrambe le carreggiate da parte della Polizia stradale a causa del denso fumo che ha invaso la sede autostradale, compromettendo la visibilità e la sicurezza della circolazione.

Sul posto è intervenuta la squadra dei Vigili del fuoco del distaccamento di Castrovillari, impegnata nelle operazioni di spegnimento dell’incendio e di messa in sicurezza dell’area.

La viabilità resterà interdetta fino al ripristino delle condizioni di sicurezza.

Incendio nei boschi del Pollino, emergenza dura da 10 giorni

Fronti multipli aperti, carenza di personale e mezzi, sale operative ingolfate da richieste, difficoltà operative dettate dalla conformazione geografica.

Una deleteria concomitanza di fattori che ha fatto sì che, ancora oggi, sia attivo l’incendio boschivo appiccato ben 10 giorni fa nella zona montana di Tortora, nel Cosentino, nell’area occidentale del Parco nazionale del Pollino.

Partito tra il 23 e il 24 luglio scorsi dalla frazione di Massacornuta e favorito dalle alte temperature, l’incendio ha poi interessato in maniera significativa Monte Cucuzzata (1.088 metri, lambendo il Monte Serramale (1.274 metri), per poi spostarsi verso la frazione Pizinno di Tortora.

Alcuni abitanti della località montana riferiscono che “di notte non riusciamo a dormire, è un inferno. Non possiamo aprire le finestre per non essere invasi dal fumo che rende l’aria irrespirabile”.

Il rogo – da quanto appreso – ha sempre interessato la vegetazione di sottobosco, muovendosi inesorabilmente al di sotto di alberi di alto fusto. Il timore è che possa prendere vigore, magari alimentato da raffiche di vento, e aggredire i boschi che si estendono per ettari all’interno dell’area protetta.

Il servizio anti incendio del Parco ha riferito all’ANSA che il rogo in questione non è stato mai segnalato, “probabilmente perché partito fuori area” e che comunque il loro intervento è limitato in questi casi al supporto al sistema regionale.

Inoltre “essendo in quota – è stato precisato – le squadre Aib del Parco non potrebbero comunque intervenire. Sono zone dove i mezzi aerei sono gli unici in grado di fare qualcosa”. Così, in effetti era avvenuto sabato 25 luglio, quando sin dal mattino due canadair erano stati inviati per lo spegnimento. Un intervento evidentemente non risolutivo. Colonne di fumo erano state avvistate dai residenti già dal giorno successivo.

Amianto non bonificato, indagati l’attuale sindaco di Cotronei e il predecessore

Tribunale di Crotone

Il sindaco in carica di Cotronei ed attuale presidente della Provincia di Crotone, Antonio Ammirati, e il suo predecessore, l’ex primo cittadino Nicola Belcastro, sono indagati dalla Procura della Repubblica per una mancata bonifica di amianto.

I carabinieri della Compagnia di Petilia Policastro hanno notificato l’avviso di conclusione delle indagini, firmato dal pm Umberto Iurlaro, ipotizzando per i due il reato di omissione di atti d’ufficio.

Al centro dell’inchiesta vi è la mancata esecuzione dei provvedimenti di ripristino ambientale in un’area contaminata da amianto. Secondo il quadro accusatorio ricostruito dalla Procura guidata da Domenico Guarascio, i due esponenti politici non avrebbero dato seguito alle procedure d’urgenza previste a tutela della salute e dell’igiene pubblica, omettendo di far rispettare specifiche ordinanze sindacali emesse nel 2015 e nel 2020. Le presunte mancanze riguardano le rispettive finestre temporali di mandato: fino all’ottobre del 2021 per la giunta Belcastro, dall’ottobre 2021 in poi per l’amministrazione Ammirati.

L’indagine coinvolge anche una terza persona, Gennaro Sorgente, legale rappresentante della società “Agri Fung”, proprietaria del terreno di 12.000 metri quadrati situato a ridosso del centro abitato. L’uomo deve rispondere di reato ambientale continuato per l’abbandono incontrollato di rifiuti pericolosi, oltre alla mancata ottemperanza a due ordinanze comunali emanate per la rimozione e il corretto smaltimento dei materiali. All’interno del sito, secondo i rilievi eseguiti dai carabinieri, giacevano incontrollati, ed esposti all’usura degli agenti atmosferici, sette bancali di lastre in eternit e cinque sacchi industriali colmi di frammenti di materiale tossico.

Questa prolungata esposizione agli agenti atmosferici, secondo la Procura, avrebbe generato un rischio concreto di dispersione di fibre pericolose nel suolo, nell’aria e nell’acqua, arrivando a minacciare anche il perimetro della vicina Zona di Protezione Speciale “Marchesato e Fiume Neto”.

Le posizioni di tutti gli indagati, che nei prossimi giorni avranno la facoltà di depositare memorie difensive, saranno vagliate con attenzione nelle successive fasi del procedimento penale. Le responsabilità dovranno essere accertate nelle successive fasi del procedimento, nel rispetto del principio di presunzione di innocenza.

Migranti a Ceuta, sale a 67 il bilancio dei morti. Sanchez scrive a Ue

Sale ancora il bilancio dei migranti morti nel tentativo di raggiungere Ceuta, enclave spagnola in Marocco. La Guardia Civil ha recuperato nelle ultime ore altri dieci corpi senza vita e, secondo quanto confermato dalle autorità, sono in totale 67 i morti.

Intanto l’arrivo di persone dal Marocco “si è completamente fermato” secondo quanto comunicato dalle autorità di Ceuta, precisando che le prime ore di oggi sono trascorse “nella normalità” e che non si sono verificati “incidenti significativi”. Contemporaneamente continua il flusso di ritorno verso il Marocco e su 50.000 migranti, secondo i dati ufficiali, circa 48.000 sono già rientrati nel Regno. Dall’inizio dell’anno sono 97 i migranti trovati morti a Ceuta: il bilancio del 2025 parlava di 46 morti.

Il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez ha inviato una lettera alle istituzioni europee per stigmatizzare le posizioni di alcuni paesi in relazione alla crisi migratoria di Ceuta. Il quotidiano El Pais riferisce che il premier ha chiesto un vertice dei ministri dell’Interno dei 27 paesi Ue. L’azione di Sanchez arriva dopo le misure annunciate ieri dall’Italia, con la sospensione dell’accordo di Schengen con la Spagna.

Scossa di magnitudo 4.7 ai Campi Flegrei: crolli a Pozzuoli, 21 feriti. Paura anche a Napoli

Una forte scossa di terremoto è stata registrata a Napoli nella serata del 31 luglio, alle 19.46. Il sisma, stima l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, è stato di magnitudo 4.7 – il più violento degli ultimi 40 anni nell’area – e si è verificato nella zona dei Campi Flegrei con epicentro a 5 km da Pozzuoli, a una profondità di 3 km. Ventuno persone sono rimaste ferite, due sono in codice rosso. Nel corso della serata, sono state avvertite altre scosse. La replica più forte è stata registrata alle 22.00 con magnitudo 3.8. Più tardi, prima di mezzanotte, nuovi episodi di magnitudo 2.7 e 3.1.

Crolli e feriti
A Pozzuoli abitazioni con crepe profonde, soprattutto nei palazzi più antichi, mobili ribaltati, famiglie destinate a passare la notte in strada. Sono diverse le vie del comune flegreo in cui si vedono calcinacci, muri crollati, auto schiacciate dal peso dei massi venuti giù per l’intensità della scossa.

Il ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare Nello Musumeci segnala “danni ad alcuni edifici civili e a diverse chiese, e tanta paura”. “La Capitaneria di Porto ha segnalato che la banchina del molo di Pozzuoli non è al momento agibile e ne ha interdetto l’utilizzo”, dice Musumeci.

Il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, è in costante contatto con Musumeci, con il capo del Dipartimento della Protezione civile, Fabio Ciciliano, con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, e con il prefetto di Napoli, Michele di Bari, per seguire l’evoluzione della situazione, come si apprende da fonti di palazzo Chigi. Il presidente del Consiglio sta inoltre seguendo gli sviluppi della riunione dell’Unità di crisi, convocata per coordinare il monitoraggio e gli interventi conseguenti al sisma.

Stop ai treni
Paura anche tra Napoli e l’hinterland: moltissime persone sono scese in strada. In diverse zone della città è saltata la corrente elettrica. Si è verificato il crollo parziale di un traliccio dell’alta tensione nella zona di Agnano, a Napoli, che ha provocato disagi all’alimentazione della rete elettrica tra la città e Pozzuoli. Nel nodo del capoluogo, dopo la scossa, sospesa la circolazione ferroviaria, compresa la linea Alta Velocità, per consentire le verifiche tecniche sullo stato dell’infrastruttura. Lo stop ha riguardato i treni Alta Velocità, Intercity e Regionali.

Ondata migratoria di 60mila persone a Ceuta, enclave spagnola in Marocco

Circa 60mila immigrati sono approdati a Ceuta, enclave spagnola in Marocco. Oltre cinquanta mila sono stati respinti, secondo le autorità. L’ondata migratoria è la più imponente mai registrata in poche ore ai confini dell’Ue.

Vi sarebbero anche oltre cinquanta morti; persone che hanno tentato di raggiungere le coste di Ceuta via mare ma sarebbero annegati.

Intanto il governo italiano guidato da Giorgia Meloni ha sospeso per un mese il trattato di Schengen, suscitando l’ira del premier spagnolo Pedro Sanchez: “La solidarietà è facoltativa, i trattati vanno invece rispettati”, ha detto il primo ministro spagnolo.

Assalto “No Tav” in Val di Susa, danni e oltre cento agenti feriti. Meloni: Violenza inaccettabile

La premier Giorgia Meloni e il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, hanno effettuato un sopralluogo in Val di Susa, dopo gli assalti No Tav di sabato ai cantieri della futura linea ferroviaria ad alta velocità.

Ad attenderli all’aeroporto di Torino Caselle il capo della polizia, Vittorio Pisani, insieme al questore di Torino, Massimo Gambino, e al prefetto del capoluogo piemontese, Donato Cafagna. Con un elicottero si sono poi recati direttamente all’interno del cantiere Tav di Chiomonte, il più grande della Valle di Susa e anche quello che sabato ha subito i maggiori danni dagli attacchi degli antagonisti, l’ala più oltranzista della marcia No Tav.

“Centoventi operatori delle forze dell’ordine sono rimasti feriti negli scontri di sabato scorso contro l’infrastruttura dell’Alta velocità Torino-Lione. Uno scenario che si vede molto bene qui dietro, non è la scena di una guerra, è la scena di una presunta contestazione. Ma questo non è dissenso, questa è violenza organizzata, premeditata e come tale deve essere trattata”. Lo ha affermato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni in un video registrato durante la sua visita al cantiere.

“Noi – aggiunge – faremo tutto quello che possiamo per assicurare queste persone alla giustizia e chiediamo anche a chi ne è responsabile, alla magistratura, a tutti gli inquirenti, di fare il massimo del lavoro perché uno Stato normale non può tollerare una cosa del genere”.

Quattro antagonisti di nazionalità straniera, probabilmente appartenenti al cosiddetto Blocco Nero, sono stati fermati nelle scorse ore dagli investigatori della polizia di Stato della Questura di Torino, impegnati nell’identificazione dei responsabili delle violenze avvenute sabato pomeriggio ai cantieri della Tav in Val di Susa. Le loro posizioni sono al vaglio degli inquirenti e al momento non si conoscono le accuse. Le indagini su quanto avvenuto sabato, coordinate dalla Procura di Torino guidata da Giovanni Bombardieri, ipotizzano al momento il reato di devastazione, ma non si esclude che ai singoli possano essere contestati successivamente anche altri reati.

La cronaca dei fatti
Un sabato di forte tensione e violenza in Val di Susa durante la tradizionale manifestazione No Tav, partita da Venaus con circa ventimila partecipanti. Il corteo si è diviso in due tronconi, trasformando i cantieri dell’opera strategica a San Didero e Chiomonte in veri e propri teatri di guerriglia urbana.

Gli antagonisti erano tutti vestiti di nero e indossavano caschi e maschere antigas. Le forze dell’ordine hanno respinto gli assalti anche dall’interno del cantiere con lacrimogeni e idranti, mentre gli antagonisti lanciavano pietre e bottiglie, e sparavano bombe carta e razzi, anche con mortai artigianali. Alla fine si contano 124 esponenti delle forze dell’ordine feriti.

Il movimento No Tav, in una nota diffusa al termine della marcia organizzata nell’ambito del Festival dell’Alta Felicità, parla di “una grande giornata di lotta per la Val di Susa”. “Il movimento No Tav, a distanza di 15 anni dall’esperienza della Libera Repubblica della Maddalena e dal 3 luglio, ha dimostrato ancora una volta che ha la forza di arrivare là dove la devastazione del territorio è all’ordine del giorno. Tutti i cantieri della valle sono stati raggiunti e contestati, i dispositivi previsti dalle forze dell’ordine sono stati raggirati e superati grazie alla determinazione delle tante generazioni scese in piazza oggi”, si legge nella nota.

Secondo il movimento, “20.000 persone hanno sfilato per le strade e i sentieri della Val di Susa, trasformando la mappa dei lavori in un percorso da attraversare con spirito ed entusiasmo: per opporsi concretamente al progetto, per alzare la testa contro chi ci vorrebbe silenti, per difendere questa nostra terra condannata dall’alto ad essere una zona di sacrificio”. Gli attivisti parlano di “una giornata piena di significato” e di “una marea umana” che “è riuscita a dividersi dalla bassa all’alta valle, a percorrere per ore sentieri, strade, prendere treni, attraversare prati, fare carovane e serpentoni infiniti”.

Sono in corso da questa mattina controlli rafforzati delle forze dell’ordine sulle strade della Val di Susa, nel Torinese, e nelle aree limitrofe al campeggio organizzato nell’ambito del Festival dell’Alta Felicità, promosso dal movimento No Tav e giunto quest’anno alla decima edizione. Secondo quanto si apprende, al campeggio sono ancora presenti circa un migliaio di persone. Gli investigatori che indagano sui disordini scoppiati sabato, durante gli assalti ai cantieri della Tav, non escludono che tra i partecipanti al presidio possano esserci anche antagonisti appartenenti al cosiddetto Blocco Nero, che abbiano preso parte alle violenze. I controlli delle forze dell’ordine interessano l’intera rete stradale.

La gravità degli accadimenti ha suscitato un’immediata ed enorme eco politica. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha contattato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi per esprimere solidarietà e vicinanza agli agenti feriti.

Dura la condanna della premier Giorgia Meloni, la quale ha ribadito che “chi incendia mezzi e aggredisce le forze dell’ordine non difende un’idea, ma attacca lo Stato”. Sulla stessa linea i rappresentanti di Governo e maggioranza — da Antonio Tajani a Matteo Salvini —, affiancati da ferme prese di distanza dalle violenze giunte trasversalmente anche da esponenti dell’opposizione come Carlo Calenda, Matteo Renzi, Angelo Bonelli e parlamentari del Movimento 5 Stelle.

Omicidio giornalista Esposito, lunedì l’interrogatorio del presunto autore

Il casolare dove si nascondeva il tunisino arrestato per l'omicidio di Luca Esposito (Ansa)

L’interrogatorio di garanzia e l’udienza di convalida del fermo, davanti al gip, di Ridha Rahmouni, il 26enne tunisino che ha confessato di aver ucciso e bruciato il giornalista salernitano Luigi “Luca” Esposito, quando era ancora agonizzante, lo scorso 19 luglio in un terreno agricolo in località Cioffi a Eboli (Salerno), sono in programma domani, lunedì 27 luglio, nel carcere di Salerno.

Il giovane, in Italia senza permesso di soggiorno e senza fissa dimora, destinatario di un obbligo di rimpatrio, potrebbe, se accetterà di parlare, offrire il suo contributo, anche se di parte, per fare luce su una vicenda che presenta ancora troppi misteri.

Secondo quanto finora emerso, quello tra Esposito e l’assassino, reo confesso, sarebbe stato un incontro programmato e non percepito come potenzialmente pericoloso dalla vittima in una zona isolata. I due si conoscevano da circa un mese, e lo attestano le celle telefoniche che si sono agganciate nello stesso luogo la sera dell’omicidio e anche i contatti telefonici dei giorni precedenti.

Quella sera, nel corso di un colloquio con un collega, Esposito era apparso tranquillo. Non sembrava impaurito o pensieroso. Quindi all’appuntamento con l’assassino sarebbe andato senza costrizione.

Complessa si è rivelata l’individuazione dell’autore del reato, nascosto in un casolare difficile da raggiungere, seppur non molto lontano dal luogo del delitto. Diversi gli elementi che avrebbero “incastrato” il tunisino: un’impronta sul portabagagli dell’auto di Esposito e poi alcuni oggetti trovati in suo possesso nel casolare, di proprietà del 53enne: un telefono cellulare, un anello in oro bianco e una carta prepagata.

I contatti tra le due utenze si intensificano in modo particolarmente significativo nella serata del 18 luglio e nelle prime ore del 19 luglio, ossia nel segmento temporale immediatamente antecedente e concomitante alla consumazione del delitto. Anche chi era amico o collaboratore stretto, e gli stessi familiari, non conosceva le frequentazioni della vittima.

Nessuno, per esempio, ha mai conosciuto direttamente la donna di nome “Simona” che talvolta evocava come moglie o compagna. Uno dei tanti misteri della sua vita, così come quella della presunta attività per l’Arpac, Azienda regionale per la protezione ambientale che ha fermamente escluso che fosse un suo dipendente o l’inesistente lavoro alla Regione.

Cosa abbia fatto scattare la furia omicida dell’uomo, noto anche con l’alias Amed Jamal, rappresenta un elemento del movente che viene tenuto riservato dagli inquirenti. Di sicuro Esposito è stato vittima di una violenza brutale, picchiato ferocemente e poi dato alle fiamme mentre era ancora in vita.

Quando il tunisino è stato arrestato e interrogato, secondo quanto si apprende da fonti legali, si sarebbe dimostrato molto collaborativo. Con l’aiuto di un interprete, ha reso “in serenità”, una confessione di quanto accaduto. Il giovane Ridha Rahmouni, nel corso dell’interrogatorio avrebbe spiegato di aver agito anche per motivazioni di carattere “religioso”. La religione musulmana vieta ogni rapporto al di fuori del matrimonio. Questa la sua versione dei fatti mentre dagli investigatori nulla si fa trapelare sul movente, che viene definito di carattere privato e personale.

Caro energia, la guerra Usa all’Iran piega i cittadini italiani e Ue: Benzina e diesel sui 2,50 euro

La guerra illegale di Stati Uniti e Israele contro l’Iran sta piegando i cittadini italiani ed europei che si vedono i prezzi dell’energia cresciuti in modo esorbitante. La chiusura dello Stretto di Hormuz e la riduzione del traffico nello stretto di Bab el-Mandel (di ingresso nel Mar Rosso e il Canale di Suez), fa sentire pesantemente i suoi effetti, con l’Ue che vara ostinatamente il 21esimo pacchetto di sanzioni alla Russia, che figura tra le ciambelle di “salvezza” per via del Petrolio e Gas a basso costo, il cui commercio è impedito dalla burocrazia di Bruxelles a causa della guerra in Ucraina.

A cinque mesi dallo scoppio della guerra nel Golfo Persico, l’Ufficio studi della Cgia di Mestre stima che nel 2026 le famiglie e le imprese italiane dovranno sostenere quasi 29 miliardi di euro di costi aggiuntivi per elettricità, gas e carburanti.

Il caro carburante investe così gli italiani nel pieno del periodo estivo, con prezzi alle stelle, lievitati oltre ogni limite immaginabile e accettabile: si parla di una media di 2,50 euro per la benzina e di 2,70 per il gasolio. Il caro bollette e il caro spesa sono una conseguenza a cascata inevitabile, con lo Stato che incassa oltre il 50% tra Iva e accise.

A Milano la benzina vola oltre i 2,6 euro al litro, esattamente 2,635 in un distributore nella zona residenziale di via Correggio.

Ma comunque nella maggior parte degli impianti supera i due euro, con i prezzi maggiori soprattutto in tangenziale (2,189 a Muggiano, 2,439 servito o 2,339 servito ad Assago).

Secondo quanto riporta il Codacons sulla base dell’Osservatorio prezzi del Mimit, inoltre, sulla A21 Torino-Piacenza si registra il gasolio a 2,769 euro al litro e la benzina a 2,589. Valori sopra i 2,7 per il gasolio anche sulla A4 Venezia-Trieste,sulla A22 Brennero-Modena, sulla Milano-Brescia e sulla Messina Palermo. Benzina sopra i 2,5 euro al litro sugli stessi tratti autostradali.

A detta del Codacons “solo nei mesi di luglio e agosto la spesa complessiva degli italiani per i rifornimenti di carburante è destinata a raggiungere quota 10,8 miliardi di euro, in aumento di +1,9 miliardi di euro rispetto quanto pagato nello stesso periodo del 2025”. E, ai prezzi attuali, lo Stato incasserebbe tra luglio e agosto circa 5,6 miliardi euro grazie alla tassazione sui carburanti.

L’associazione ha realizzato una elaborazione sui dati dell’escalation dei prezzi alla pompa chiedendo al governo di intervenire con un taglio delle accise, “che vanno ridotte subito di almeno 15 centesimi di euro per riportare il gasolio sotto i 2 euro al litro ed evitare il salasso sulle vacanze estive degli italiani”.

Luglio e agosto sono i mesi dell’anno in cui si concentrano i maggiori consumi di carburante sulla rete ordinaria (strade e autostrade) in virtù degli spostamenti estivi degli italiani – spiega il Codacons – In questo bimestre, infatti, si acquistano sulle nostre strade in media circa 2,2 miliardi di litri di benzina e 3,1 miliardi di litri di gasolio.

Considerando il prezzo medio mensile dei carburanti a luglio (nel periodo 1-24 luglio), gli automobilisti spenderanno nell’intero mese circa 5,64 miliardi di euro per i propri rifornimenti. Di tale cifra, 2,93 miliardi di euro finiranno nelle tasche dello Stato grazie a Iva e accise che oggi pesano per il 53,3% su ogni litro di benzina e per il 51% su ogni litro di gasolio.

A parità di consumi e considerato il prezzo medio mensile dei carburanti a luglio 2025, gli italiani spenderanno a fine mese la bellezza di 841 milioni di euro in più solo per gli acquisti di benzina e gasolio.

L’associazione evidenzia poi come, tra riordino delle accise varato a inizio anno dal governo e guerra in Iran, fare il pieno di gasolio risulti oggi molto più costoso rispetto alla scorsa estate: un litro di diesel costa infatti il 30,2% in più rispetto allo stesso periodo del 2025, pari ad un aggravo di spesa da +25 euro a pieno.

Va meglio per la benzina che, beneficiando del riallineamento delle accise, costa oggi il 14,4% in più su base annua, +12,4 euro a pieno – calcola il Codacons.

Arrestato nel Regno Unito presunto autore duplice omicidio nel bergamasco

Arrestato a Birmingham (Regno Unito) il presunto responsabile del duplice omicidio volontario commesso a Covo (Bergamo) davanti al tempio Sikh la notte del 17 Aprile 2026.

Nella serata di mercoledì 22 luglio 2026, a Birmingham, nel Regno Unito, è stato arrestato S. G., cittadino indiano classe 1997, destinatario di un mandato di arresto emesso dal G.I.P. del Tribunale di Bergamo, su richiesta della Procura della Repubblica, nell’ambito delle indagini sul duplice omicidio avvenuto a Covo davanti al centro culturale sikh “Gurudwara Mata Sahib Kaur Ji”.

L’uomo tratto in arresto è indagato per il duplice omicidio di Rajinder Singh, 47 anni, e Gurmit Singh, di 48 anni, nonché per il tentato omicidio di S.S., rimasto coinvolto nella sparatoria.

I fatti risalgono alla notte del 17 aprile 2026 quando le due vittime, entrambe originarie del Punjab e da tempo residenti in Italia, vennero raggiunte da numerosi colpi di pistola esplosi a distanza ravvicinata davanti ai cancelli del centro culturale di via Campo Rampino, dove erano in corso i preparativi per la tradizionale festa del Vaisakhi.

Singh Rajinder è stata raggiunto da 7 colpi d’arma da fuoco, 4 dei quali alla testa e Singh Gurmit da 6 colpi d’arma da fuoco, 2 dei quali al capo.

Secondo quanto ricostruito dai Carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Bergamo, sotto il coordinamento della Procura, l’autore della sparatoria era giunto sul posto a bordo della propria autovettura.

Dopo essersi avvicinato alle persone presenti davanti al tempio, aveva esploso numerosi colpi contro Rajinder Singh e Singh Gurmit, indirizzando l’azione anche contro Suchet Singh per poi allontanarsi rapidamente, abbandonando l’autovettura lungo la SP198 del comune di Calcio.

L’attività investigativa svolta ha riguardato, tra l’altro, l’analisi delle immagini registrate dai sistemi di videosorveglianza, l’acquisizione delle dichiarazioni delle persone presenti e lo svolgimento di perquisizioni e accertamenti nei confronti di soggetti appartenenti alla comunità sikh insediata nella Bassa Bergamasca.

Gli elementi raccolti hanno permesso di ricondurre il grave fatto di sangue a forti contrasti maturati all’interno della comunità sikh per il controllo e la gestione del centro culturale di Covo.

Le tensioni, sviluppatesi in particolare tra la componente legata alle vittime e un gruppo radicato nel territorio di Antegnate, si erano progressivamente acuite in occasione del

rinnovo degli organi direttivi dell’associazione, dando luogo anche a violente discussioni, minacce e reciproche denunce.

SINGH Rajinder, già presidente del centro culturale, aveva lasciato l’incarico alcuni mesi prima del delitto e aveva assunto un ruolo determinante nella designazione del nuovo vertice dell’associazione, osteggiato dalla contrapposta fazione.

Proprio tali dissidi costituiscono, allo stato delle indagini, il contesto nel quale è maturata l’azione omicidiaria, spiega una nota della procura di Bergamo.

Immediatamente dopo i fatti, S. G. era fuggito e si era reso irreperibile. Le successive articolate attività di indagine condotte dal Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Bergamo, con l’impiego di tutti gli strumenti di investigazione previsti dall’ordinamento, hanno consentito di ricostruirne gli spostamenti e di accertare che il ricercato aveva lasciato il territorio nazionale, trovando rifugio prima in Francia e quindi nel Regno Unito, in particolare nella città di Birmingham, nota per ospitare una delle più grandi e consolidate comunità dell’Asia meridionale del Regno Unito.

Sulla base delle risultanze investigative il G.I.P. del Tribunale di Bergamo ha emesso ordinanza di custodia cautelare in carcere e successivamente un mandato di arresto secondo il meccanismo previsto dal Trade and Cooperation Agreement, comunemente indicato come “TaCA warrant”.

La definitiva localizzazione e l’arresto del ricercato sono stati resi possibili dalla costante collaborazione tra le autorità giudiziarie italiane e britanniche e dal coordinamento tra le rispettive Forze di polizia, sviluppato anche attraverso i competenti canali di cooperazione internazionale SIRENE ed ENFAST.

SIRENE assicura lo scambio delle informazioni supplementari e il raccordo operativo tra le autorità nazionali nell’ambito delle ricerche internazionali, mentre ENFAST, la European Network of Fugitive Active Search Teams, è la rete, supportata da Europol, che collega le unità di polizia specializzate nella localizzazione e nella cattura dei latitanti più pericolosi.

Grazie alle informazioni raccolte e tempestivamente condivise dai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Bergamo, le autorità britanniche hanno definitivamente individuato SINGH Gurjant a Birmingham e hanno dato esecuzione al mandato di arresto nella giornata del 23 luglio.

Il risultato conseguito costituisce l’esito della proficua sinergia e del costante coordinamento tra le Autorità giudiziarie italiane e britanniche, le rispettive Forze di polizia e il Servizio per la Cooperazione Internazionale di Polizia, il cui tempestivo raccordo ha consentito di localizzare e arrestare il ricercato in territorio inglese.

L’arrestato rimane ora a disposizione dell’Autorità giudiziaria britannica, in attesa della definizione della procedura prevista per la sua consegna all’Italia. Le indagini proseguono al fine di individuare i soggetti che hanno agevolato l’indagato nella fuga dal territorio nazionale e nel successivo trasferimento nel Regno Unito.

Giornalista ucciso e bruciato a Eboli, fermato un immigrato irregolare. “Ha confessato”

Luigi Esposito, detto Luca, il giornalista trovato morto nel Salernitano, in una foto tratta da TuttoSalernitana.com. TUTTOSALERNITANA.COM +++ATTENZIONE: L'ANSA NON POSSIEDE I DIRITTI DI QUESTA FOTO CHE NON PUO' ESSERE PUBBLICATA SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA +++ NPK +++

Svolta nell’indagine sulla morte del giornalista salernitano Luigi ‘Luca’ Esposito trovato carbonizzato la scorsa domenica in un terreno agricolo a Eboli.
È stato individuato e sottoposto a fermo di indiziato di delitto un soggetto ritenuto responsabile dell’omicidio del 53enne.

Si tratta di un 26enne, senza fissa dimora ed irregolare sul territorio nazionale. Questo l’esito delle attività di indagini dirette dalla procura della Repubblica di Salerno e condotte dal Nucleo Investigativo del Comando provinciale Carabinieri di Salerno.

Il 26enne era nascosto all’interno di un casolare abbandonato nelle campagne della cittadina della Piana del Sele. Per giorni gli investigatori hanno passato al setaccio le immagini delle poche telecamere presenti in zona ed hanno ricostruito il percorso fatto dalla vittima con la sua auto tra sabato e domenica scorsi.

Nel corso della perquisizione all’interno dell’edificio in cui si nascondeva i Carabinieri hanno rinvenuto il telefono cellulare e una carta di pagamento elettronico della vittima. Secondo la ricostruzione degli investigatori, Esposito e il 26enne si conoscevano da qualche tempo e anche nella giornata di sabato si erano prima sentiti e poi incontrati. Ci sarebbe stata una lite. Il giovane avrebbe quindi colpito violentemente e ripetutamente la vittima procurandogli anche fratture in varie parti del corpo. Successivamente utilizzando materiale plastico, una coperta e varie sterpaglie gli aveva dato fuoco, quando l’uomo, così come emerso dall’autopsia, non era ancora morto.

Il giovane, una volta rintracciato e condotto presso gli uffici del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale Carabinieri di Salerno, ha deciso di raccontare l’accaduto e nel corso di un interrogatorio condotto dal pm, che ha coordinato fin dalle prime le indagini, in presenza del difensore, ha confessato. E’ stato, quindi, trasferito nella casa circondariale di Salerno in attesa della convalida del fermo da parte del Giudice delle indagini preliminari.

La svolta nelle indagini c’è stata quando i carabinieri hanno rinvenuto un’impronta digitale sull’auto della vittima lasciata a pochi passi dal luogo dove è stato trovato il cadavere. Gli investigatori hanno sin da subito escluso la pista che potesse ricondurre l’omicidio all’attività giornalistica, di Esposito. Era opinionista per lo sport per alcune tv e giornali campani oltre a dirigere un notiziario sportivo web. Passando al setaccio il traffico telefonico, gli investigatori hanno accertato che c’erano stati diversi contatti telefonici tra il 26enne ed il giornalista. Il 26enne è incensurato, ma in passato era stato fermato per un controllo, sempre in un casolare della zona. Per questo motivo i carabinieri avevano le foto segnaletiche. Grazie ad una complessa attività di individuazione geo satellitare si è compreso che l’uomo si trovava nella località Cioffi, ma la sua individuazione è stata tutt’altro che semplice. Ci sono voluti due giorni di ricerche per localizzarlo. Una volta individuato, alla vista dei carabinieri il soggetto ha dapprima tentato la fuga e, successivamente, vedendosi circondato, si è barricato all’interno dell’edificio ma poco dopo è stato fermato dai militari.

Ragazzo suicida a Cosenza, indaga la Procura. Legale: “Serviva cautela per un giovane fragile”

Il ragazzo morto suicida Mohamed Amin Bessioud
La madre di Mohamed Amin Bessioud, il 25enne morto suicida a Cosenza nel corso di una perquisizione (Ansa)

“Serve una riflessione sull’adeguatezza delle regole di intervento delle forze dell’ordine in contesti di particolare fragilità: il ragazzo era visibilmente agitato, tremava e piangeva, e veniva già da un precedente tentativo di suicidio. In quel momento sarebbe stato necessario adottare cautele diverse, come avvisare i sanitari del 118 o far entrare la madre per farlo calmare”. Lo dice all’Ansa l’avvocato Osvaldo Rocca, legale della famiglia di Mohamed Amin Bessioud, il 25enne di origine tunisine e cittadino italiano, che si è tolto la vita a Cosenza durante una perquisizione dei carabinieri all’interno della propria abitazione, secondo il quale è necessario fare luce sulla gestione della situazione. Secondo quanto riferito dal legale, il giovane — che aveva avuto recenti vicissitudini giudiziarie ed era ai domiciliari per piccolo spaccio e uso di sostanze stupefacenti, per le quali stava seguendo un percorso di recupero con il Ser.D e i servizi sociali — stava attraversando un momento di profonda fragilità psicologica, accentuatasi dopo un periodo di detenzione in carcere.

“Non parliamo di un profilo criminale di spessore — ha chiarito l’avvocato Rocca — ma di un ragazzo problematico che necessitava di supporto. Riteniamo che la pressione e le modalità verbali dell’intervento possano aver agito da innesco in un soggetto già fortemente vulnerabile. È necessario fare piena luce su come sia stata gestita la situazione in quei minuti cruciali”. Nessun particolare è emerso al riguardo, neanche se sia stato iscritto a ‘modello’ 45 bis, il registro separato destinato alle annotazioni preliminari previsto dalla nuova legge per le forze dell’ordine. La Procura sarebbe in procinto di disporre l’autopsia sul corpo di Bessioud che si è lanciato dalla terrazza della propria abitazione dopo che sarebbe stato ammanettato per un quantitativo di hashish trovato nella sua camera. La volontarietà del gesto è stata confermata anche dalla madre che ha assistito alla scena.

Minaccia il suicidio la madre del 25enne morto, soccorsa dal 118

Ha accusato un forte malore ed è stata colta da una grave crisi d’ansia la madre del venticinquenne che si è gettato dal balcone della sua abitazione, a Cosenza, durante una perquisizione eseguita dai carabinieri nell’abitazione di famiglia. Sopraffatta dal dolore per la perdita del figlio, la donna ha minacciato di lanciarsi dal balcone del medesimo appartamento di via dei Mille. A lanciare l’allarme sono stati i familiari presenti, che hanno immediatamente contattato il 118 consentendo l’intervento tempestivo dei sanitari. Sul posto è giunta un’ambulanza. La donna è stata presa in carico dagli operatori del Centro di salute mentale che le hanno prestato le prime cure per poi disporne il trasferimento presso il Pronto Soccorso dell’ospedale “Annunziata” di Cosenza per gli accertamenti del caso e per monitorarne le condizioni cliniche.
“Non si può morire così, abbandonati dal sistema sociale e poi schiacciati dalla paura’

“Un’altra vita spezzata, un’altra tragedia che lascia sconvolti e pieni di rabbia. Mohamed Amin Bessioud aveva 25 anni e una fragilità psicologica profonda, già nota e documentata”. È quanto si legge in una nota del collettivo La Base Cosenza. Il collettivo ha reso noto che per chiedere verità e giustizia sulla vicenda organizzerà una manifestazione di protesta nel pomeriggio di lunedì 27 alle 18.30 che partirà da via dei Mille, sotto casa del ragazzo.

“È inconcepibile – prosegue la nota del movimento – che un ragazzo così vulnerabile sia finito al centro di un intervento drammatico, culminato nel più tragico dei gesti davanti a chi doveva tutelarlo. Le denunce della famiglia tratteggiano un quadro agghiacciante: isolamento, minacce e il dolore di una madre a cui è stato persino impedito di soccorrere il figlio. Non si può morire così, abbandonati dal sistema sociale prima e schiacciati dalla paura poi. Pretendiamo che sia fatta immediata e totale chiarezza su quanto accaduto e su ogni responsabilità. Mohamed meritava ascolto, supporto e protezione, non un epilogo simile. Per lui e per la sua famiglia pretendiamo giustizia”.

Ammanco di quasi 400mila euro dalla Uil di Crotone, indagato ex segretario

Un ex segretario della Uil di Crotone avrebbe commesso una serie di illeciti nell’ambito della gestione economica e finanziaria della struttura sindacale territoriale per circa 380 mila euro.

E’ quanto emergerebbe da un’inchiesta della Procura di Crotone e condotta dalla Digos della Questura che stamani ha portato ad un’operazione, denominata “Cash Back”, per il sequestro preventivo d’urgenza, disposto dall’Autorità giudiziaria, di polizze assicurate stipulate e di un investimento effettuato dall’indagato per un valore complessivo di circa 62.000 euro, oltre a perquisizioni nella sede sindacale e presso i domicili ed ogni altro luogo nella disponibilità degli indagati. L’ex segretario è indagato per appropriazione indebita e autoriciclaggio.

Secondo quanto sarebbe emerso dalle indagini della Digos, l’uomo avrebbe tenuto una gestione personalistica e sregolata dei fondi del sindacato con uscite non giustificate e distrazioni di risorse economico-finanziarie dai conti dell’ente per un ammontare di circa 380.000 euro. In particolare avrebbe effettuato numerosi prelievi fisici dai due conti correnti della camera sindacale, avrebbe incassato assegni bancari ed effettuato numerose ricariche su carta prepagata personale ed emolumenti giustificati con la causale rimborsi chilometrici.

Il reato di autoriciclaggio viene ipotizzato per il reimpiego di somme di denaro in polizze assicurative ed investimenti in società di cartolarizzazione finanziaria per 62.000 euro. Dalle indagini sarebbe emersa la responsabilità in concorso, per appropriazione indebita, da parte dell’ex contabile della camera sindacale e di un familiare dell’indagato, anch’egli sindacalista, nei cui confronti sono state contestate analoghe condotte per circa 30.000 euro.

Ex segretario Uil si difende: “Gestione corretta”

“Con fermezza e serenità, la documentazione dimostrerà la correttezza della gestione”.

È quanto dichiara l’ex segretario della Camera Sindacale Uil di Crotone, Fabio Tomaino, in merito all’inchiesta della Procura in cui è indagato per appropriazione indebita di fondi del sindacato.

“Nel pieno rispetto dell’attività investigativa in corso — prosegue in una nota — sono certo che la documentazione contabile, fiscale e amministrativa già consegnata, insieme a quella che continueremo a fornire nelle prossime ore, consentirà di ricostruire la reale destinazione delle somme e di dimostrare la correttezza dell’operato della struttura”.

L’ex dirigente sottolinea “piena e totale fiducia nell’operato della magistratura e degli organi inquirenti”, evidenziando come al lavoro dei magistrati stia offrendo la massima collaborazione.

“La gestione amministrativa – afferma – si è sempre distinta per bilanci chiusi ampiamente in positivo. Una regolarità testimoniata dall’impeccabile puntualità nella corresponsione degli stipendi e dalla completa liquidazione del Tfr a tutti i dipendenti: un risultato che la Uil di Crotone, a differenza di altre strutture, ha sempre garantito integralmente”.

Riguardo alla destinazione delle risorse, Tomaino sottolinea che “i fondi sono stati impiegati per sostenere l’attività sindacale, organizzare i servizi e assicurare una presenza concreta accanto ai lavoratori e al territorio, soprattutto nei momenti più difficili”.

L’ex segretario esprime “profondo rammarico per il modo in cui una vicenda ancora tutta da accertare sia stata rappresentata pubblicamente, offrendo un’immagine distorta delle persone coinvolte e cancellando anni di impegno e sacrifici al servizio dei lavoratori”.

25enne si suicida gettandosi dal balcone durante una perquisizione dei carabinieri

Il balcone dell'appartamento in cui risiedeva il 25enne di nazionalità italiana, Mohamed Amin Bessioud, di origine tunisina, morto dopo essersi gettato dal terzo piano di uno stabile a Cosenza, durante una perquisizione dei carabinieri, Cosenza, 23 luglio 2026. ANSA/ELVIRA MADRIGRANO
Il balcone dell’appartamento in cui risiedeva il 25enne di nazionalità italiana, Mohamed Amin Bessioud, di origine tunisina, morto dopo essersi gettato dal terzo piano di uno stabile a Cosenza, durante una perquisizione dei carabinieri, Cosenza, 23 luglio 2026. Ansa/Elvira Madrigano

Un 25enne di nazionalità italiana, Mohamed Amin Bessioud, di origine tunisina, è morto dopo essersi gettato dal balcone dell’appartamento in cui risiedeva, al terzo piano di uno stabile a Cosenza.

Al momento del fatto, all’interno dell’abitazione era in corso una perquisizione da parte dei Carabinieri.

Il giovane si trovava agli arresti domiciliari. I militari stavano effettuando un controllo sul rispetto dell’obbligo. Sul caso la Procura di Cosenza ha aperto un fascicolo.

La testimonianza della madre del ragazzo

Mio figlio soffriva di depressione ed era spaventato dai controlli, si sentiva tormentato da uno dei militari. Ho aperto la porta della stanza e l’ho visto lanciarsi dal balcone: non sono riuscita a salvarlo”.

È la testimonianza resa ai cronisti dalla madre del venticinquenne, Mohamed Amin Bessioud, morto oggi a Cosenza dopo essersi gettato dal terzo piano della sua abitazione durante un controllo dei carabinieri.

La donna, di origine tunisina ma residente da anni in Italia dove il figlio era nato e cresciuto, ha annunciato l’intenzione di sporgere denuncia tramite i propri legali e di informare il Consolato. Secondo la sua ricostruzione, i militari avrebbero chiuso la porta della stanza prima del fatto, impedendole di entrare: “Ho sentito la pressione che gli stavano facendo e ho aperto la porta. Lui si è lanciato in quel momento”.

La madre del giovane sostiene inoltre di essere stata trattenuta in casa subito dopo l’accaduto. “Soffro d’asma e volevo solo scendere per stare vicino a mio figlio nei suoi ultimi istanti – ha detto – ma mi hanno tenuta fermata in casa fino all’arrivo dei soccorsi, non permettendomi di avvicinarmi neanche quando è giunta l’ambulanza”.

Bimbo d’asilo muore per un batterio, altri 4 ricoverati. Indagano pm di Vibo

Un bimbo di un anno e mezzo è morto all’ospedale di Catanzaro mentre altri 4 bambini che frequentano lo stesso asilo di Tropea della piccola vittima sono stati ricoverati, secondo quanto si apprende da fonti sanitarie, con sintomi simili, forse riconducibili a un batterio.

Tre sono stati dimessi uno è ancora ricoverato a Catanzaro. Sulla vicenda la Procura di Vibo Valentia ha aperto un’inchiesta. I genitori hanno infatti presentato denuncia in Questura e la cartella clinica del bimbo è stata sequestrata. La magistratura ha anche disposto il sequestro della salma e disporrà nelle prossime ore l’autopsia.

Il bimbo, Alessio Pio, era stato ricoverato inizialmente in una struttura sanitaria di Vibo Valentia. Di fronte al peggioramento delle sue condizioni cliniche si è reso necessario il trasferimento al capoluogo di
regione, avvenuto nella mattinata di ieri. Una volta giunto a Catanzaro, secondo quanto si apprende, il piccolo avrebbe presentato il sospetto di una setticemia. Nonostante l’impegno dei sanitari e ogni tentativo di intervento, per Alessio Pio non c’è stato nulla da fare.

Secondo quando si apprende da fonti sanitarie, oltre ad Alessio Pio, altri quattro bambini che frequentano lo stesso asilo di Tropea della piccola vittima sono stati ricoverati con sintomi simili. Tre sono stati dimessi mentre uno è ancora ricoverato a Catanzaro. Stante la delicatezza del caso sul suo stato di salute al momento non filtrano ulteriori informazioni.

Nel frattempo anche l’Asp di Vibo Valentia si sta muovendo. Al momento è in corso un vertice d’urgenza tra il commissario straordinario Angelo Vittorio Sestito e i suoi più stretti collaboratori per cercare di capire tutti i singoli passaggi della vicenda. Sestito ha confermato che dall’asilo, all’insorgenza della prime problematiche, è stata inviata una Pec per segnalare il problema e chiedere delucidazioni sulle
modalità con le quali procedere.

L’Iran stritola l’Occidente chiudendo gli stretti di Hormuz e Bab el-Mandel. E ora?

Nonostante le offensive militari statunitensi sull’Iran, Teheran non si piega e si difende contrattaccando con missili su insediamenti e basi Usa nei paesi del golfo, alleati dell’occidente, con Israele, – paese che lo scorso 28 febbraio ha trascinato Trump nella guerra illegale con Teheran -, che oggi appare ecclissata dalla potenza militare dei pasdaran.

Tuttavia, Stati Uniti in testa, hanno ben compreso che “l’arma” più potente che l’Iran sta utilizzando non contiene esplosivi né sofisticati cogegni militari. Quest’arma – tutta economica – risiede negli stretti marittimi di Hormuz e di Bab el-Mandel, insenature contigue dove transita larga parte del commercio mondiale di combustibile e merci verso Oriente e Occidente. Una leva potentissima di ricatto per l’Iran che ribalta a suo piacimento sui nemici dichiarati occidentali.

E se la grave crisi di Hormuz ha già messo in ginocchio l’economia mondiale, soprattutto coi paesi satelliti dell’Unione europea i cui governi sostengono il disegno israelo-statunitense, ecco che lo Yemen delle milizie Houti aggrava il quadro minacciando di chiudere lo Stretto di Bab el-Mandel, cruciale avamposto marittimo di ingresso per il Mar Rosso e il Canale di Suez.

Ieri, raccontava la Reuters, tre petroliere con greggio saudita che avevano imboccato lo stretto di Bab el-Mandel  sono state bloccate e costrette a fare inversione di rotta dai ribelli yemeniti, strettissimi alleati dei palestinesi, libanesi e degli iraniani. Sono i primi casi e potrebbero aumentare nelle prossime settimane.

E il grosso problema, a quel punto, non è più i 2,5 tre/4 euro a litro di gasolio alla pompa, ma quello che nei nostri magazzini potrebbe non esserci più disponibilità di carburante. Zero scorte. Stritolati economicamente grazie ai grandi strateghi americani e israeliani.

Certo, ci sarebbero petrolio e gas russo, ma le èlite e i burocrati europei, altri grandi scienziati, sono occupati nel predisporre l’ennesimo pacchetto di sanzioni, il 21°, contro Mosca, l’unica àncora di salvezza rimasta a questo decadente Occidente.

Sindaco di New York Mamdani: “Netanyahu è un criminale di guerra, va arrestato”

Il sindaco di New York Zohran Mamdani ritorna a chiedere che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu venga arrestato sul suolo americano. È un “criminale di guerra per il genocidio a Gaza”.

Mamdani chiede al governo federale degli Stati Uniti di applicare il mandato d’arresto emesso dalla Corte penale internazionale.

In un video diffuso dal suo ufficio, il primo cittadino di New York accusa il premier israeliano dello sterminio dei palestinesi a Gaza e sostiene che debba essere processato davanti a un tribunale.

Mamdani precisa però che la sua amministrazione non ha il potere legale di eseguire il mandato della Cpi e che solo Washington potrebbe intervenire. La Casa Bianca – citata da Reuters – ha già fatto sapere che Netanyahu non rischia l’arresto negli Stati Uniti (come la Russia e altri paesi, gli Usa non hanno aderito alla fondazione della Cpi, ndr). Dal canto suo Israele respinge le accuse e contesta la giurisdizione della Corte dell’Aia.

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