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Evasione fiscale per 2 milioni, sequestrato yacht

Un’evasione fiscale e doganale per oltre due milioni di euro è stata contestata nell’ambito di un’operazione congiunta della Guardia di finanza e dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli che ha portato al sequestro di uno yacht registrato in un Paese extra Ue.

L’intervento è stato condotto dai militari della Sezione operativa navale della Guardia di finanza e dal personale dell’Ufficio Adm “Calabria 3” di Roccella Jonica.

Gli accertamenti, effettuati attraverso l’analisi della documentazione di bordo, la ricostruzione degli spostamenti dello yacht e l’incrocio dei dati presenti nelle banche dati nazionali ed europee, avrebbero fatto emergere un utilizzo dell’imbarcazione non conforme al regime doganale di ammissione temporanea dichiarato dall’armatore.

Lo yacht, secondo quanto ricostruito, beneficiava del regime che consente alle imbarcazioni registrate fuori dall’Unione europea di navigare temporaneamente nelle acque Ue in sospensione dei diritti doganali, ma avrebbe superato il periodo massimo di permanenza previsto dalla normativa europea.

Da qui l’obbligo di regolarizzare la posizione fiscale attraverso il pagamento dei diritti di confine, quantificati dagli investigatori in oltre due milioni di euro, comprensivi dell’Iva all’importazione.

Sulla base degli elementi raccolti è stata contestata l’ipotesi di contrabbando aggravato ed è stato disposto il sequestro dello yacht, finalizzato alla tutela degli interessi erariali e al recupero delle somme ritenute evase.

Estorsioni: blitz in Calabria, 5 arresti per taglieggiamenti aggravati dal metodo mafioso

Nella mattina del 23 settembre 2026, i Carabinieri del Reparto Territoriale di Corigliano-Rossano, con l’ausilio del Nucleo Carabinieri Cinofili di Vibo Valentia, su ordinanza del G.I.P. del Tribunale di Catanzaro, emessa in seguito alla richiesta della locale Direzione Distrettuale Antimafia, hanno eseguito 5 ordinanze di custodia cautelare nei confronti di altrettanti soggetti, quattro dei quali destinatari della custodia in carcere, uno di questi era già detenuto per altri reati, e uno sottoposto all’obbligo di presentazione alla Polizia Giudiziaria.

Gli indagati, attivi nel territorio di Corigliano-Rossano (Cosenza), sono ritenuti, in concorso tra loro, gravemente indiziati di numerosi episodi di estorsione, aggravata dal metodo mafioso, attuati e tentati ai danni di diversi imprenditori agricoli e commerciali della zona. Le accurate indagini, svolte dai Carabinieri e coordinate dalla D.D.A. di Catanzaro, hanno infatti permesso di documentare ben 17 estorsioni commesse da parte di un locale gruppo familiare, il cui vertice era già ristretto in carcere. Tale circostanza aggrava ancor di più l’intero quadro della vicenda: infatti, il capo dell’organizzazione criminale riusciva, nonostante fosse detenuto, a impartire ai sodali le direttive per imporre le azioni estorsive mediante l’uso di un cellulare, illecitamente posseduto e utilizzato anche per minacciare e chiedere alle vittime denaro e altre utilità.

Il consesso criminale agiva, dunque, in maniera coordinata per veicolare le pretese estorsive ideate e programmate dal menzionato soggetto sottoposto a detenzione intramuraria, imponendo la pressione intimidatoria ricorrendo alla caratura criminale del capo del gruppo familiare. Il tutto amplificato ulteriormente dal fatto che le vittime venivano messe in contatto diretto telefonico con lo stesso, nonostante fosse ristretto in carcere, potendosi di tal guisa acclarare come gli indagati interessati dall’odierna misura avessero mostrato di essere pienamente inseriti nelle dinamiche ‘ndranghetistiche per il metodo utilizzato nell’esazione delle estorsioni. Al termine delle formalità di rito, gli indagati arrestati sono stati ristretti presso la competente casa circondariale a disposizione della procedente Autorità Giudiziaria. Il procedimento pende nella fase delle indagini preliminari.

Arrivati nuovi ufficiali al Comando Carabinieri della provincia di Cosenza

Si è tenuta questa mattina, nella sala conferenze del Comando provinciale dei carabinieri di Cosenza, la presentazione dei nuovi ufficiali dell’Arma recentemente destinati a incarichi di comando nella provincia.

All’incontro sono intervenuti il maggiore Roberto Cara, nuovo comandante del Nucleo investigativo di Cosenza; il capitano Massimiliano Cervo, comandante della Compagnia di Cosenza; il capitano Gianraffaele Di Risi, comandante della Compagnia di San Marco Argentano; il tenente Luca Pietrangeli, comandante della Compagnia di Rogliano; il capitano Rizzo, capo Ufficio comando del provinciale; il tenente colonnello Emanuele Meleleo, comandante reparto territoriale Corigliano-Rossano.

Nel corso della conferenza stampa il comandante provinciale, colonnello Andrea Mommo, ha tracciato le linee guida della nuova organizzazione territoriale: “Cambia in parte la squadra, ma i valori e i principi rimangono sempre gli stessi, quindi sicuramente presenza sul territorio, controlli areali capillari, il contrasto al crimine sia comune che organizzato, sfruttando quelle che sono le singole professionalità. Ognuno di loro porterà un arricchimento per le esperienze pregresse o per quello che ha maturato in questi anni di formazione”.

“La provincia – ha poi evidenziato il comandante Mommo, rispondendo ai cronisti – è una provincia complessa, variegata come dissi nel corso del mio insediamento.

Sono più aree: quella tirrenica, quella ionica, quella della zona del Savuto, quella della Valle dell’Esaro. Quindi tutte realtà che in qualche modo hanno dei legami tra di loro dal punto di vista criminale, ma ognuna di loro ha delle piccole differenze. Probabilmente le aree più calde in assoluto sono quelle del Tirreno e quelle dello Ionio”.

In chiusura, un appello rivolto direttamente alla cittadinanza: “Cambiano gli uomini – ha concluso il colonnello – non cambia il nostro entusiasmo, perché siamo legati da un credo fortissimo e da valori che tutti noi dovremmo possedere. Mi auguro che i cittadini possano avere quella voglia, quel desiderio di far cambiare ciò che fino adesso non è stato oggetto di trasformazione, quindi le devianze dovrebbero essere in qualche modo perseguite non solo da noi, ma anche dalla collaborazione del territorio”.

Festeggiarono il capodanno sparando con pistole e fucili, 6 misure

botti capodanno feriti

Due pistole e almeno quattro fucili, con i quali nella notte di Capodanno sarebbero stati esplosi circa cento colpi, alcuni ad altezza d’uomo.

È uno degli episodi al centro dell’indagine dei carabinieri che ha portato all’esecuzione, nel quartiere Arghillà Nord di Reggio Calabria, di sei misure cautelari.

Tre indagati sono stati posti agli arresti domiciliari e per altri tre è stato disposto il divieto di dimora nell’intera provincia di Reggio Calabria. Il provvedimento è stato emesso dal gip su richiesta della Procura guidata da Giuseppe Borrelli. I sei soggetti sono ritenuti, a vario titolo, responsabili del reato di pubblica intimidazione con uso di armi.

Stando a una nota firmata dal procuratore aggiunto Stefano Musolino, le indagini dei carabinieri hanno ricostruito quanto sarebbe avvenuto nella notte del primo gennaio scorso quando alcuni degli indagati, insieme a un minorenne, avrebbero detenuto e portato in luogo pubblico due pistole e almeno quattro fucili con il relativo munizionamento. Con le armi sarebbero stati esplosi circa cento colpi. Secondo gli investigatori, parte degli spari sarebbe stata effettuata ad altezza d’uomo e indirizzata contro una lavatrice utilizzata come bersaglio, provocando una situazione di concreto pericolo e forte allarme tra gli abitanti di Arghillà.

L’inchiesta ha, inoltre, consentito di individuare i presunti responsabili del danneggiamento di alcune telecamere installate nel quartiere, rese inservibili a colpi d’arma da fuoco in due distinti episodi avvenuti tra gennaio e maggio.

Elezioni Parlamento russo, stravince Russia Unita, il partito di Putin

A risultati ancora parziali il partito di Putin Russia Unita si avvia a conquistare la stragrande maggioranza dei rappresentati della Duma, il parlamento russo. I primi risultati delle prime elezioni parlamentari russe mostrano il partito del presidente Vladimir Putin in netto vantaggio, al momento con percentuali superiori all’80%, dato che consentirebbe al presidente russo di avere una larghissima maggioranza nell’assemblea.

Le elezioni, iniziate venerdì e concluse domenica per eleggere i membri della Duma di Stato, la camera bassa del parlamento, dovrebbero vedere Russia Unita di Putin mantenere il controllo del Paese. Il Cremlino aveva presentato il voto come un’opportunità per i cittadini di esprimere la propria posizione.

L’agenzia di stampa statale TASS ha riferito lunedì che, secondo i dati della Commissione elettorale centrale (CEC), era stato scrutinato il 90,43% delle schede. Con il progredire dello spoglio, l’ Associated Press ha poi riportato, nel corso della giornata, che il 95% dei risultati era stato scrutinato con gli esiti citati.

La CEC ha rilevato che, alla serata di domenica, l’affluenza alle urne si attestava poco al di sotto del 57%.

Russia Unita ha ottenuto il 57,86% dei voti, con 225 deputati assegnati tramite liste di partito. Nei collegi uninominali verranno eletti altri 225 parlamentari e si prevede che il partito di Putin si aggiudicherà la maggior parte dei seggi. Finora non si sono registrate sorprese o sconvolgimenti.

L’agenzia TASS ha inoltre riferito, citando il Ministero dello Sviluppo Digitale, delle Comunicazioni e dei Mass Media, che oltre 3,6 milioni di persone hanno votato online.

Tra i votanti figuravano residenti di quattro regioni ucraine annesse da Mosca nel 2022 – Donetsk, Luhansk, Kherson e Zaporizhia – nonché residenti della Crimea.

Il risultato delle elezioni parlamentari in Russia va oltre quello delle elezioni della Duma di Stato del 2021, dove Russia Unita ha mantenuto la maggioranza assoluta nella camera bassa composta da 450 seggi, detenendo 326 seggi.

Uccide ladro in cortile di casa, legale: “Uomo distrutto dal dolore”

Proseguono le indagini dei carabinieri di Bra e Cuneo, coordinati dalla procura di Asti, per ricostruire con precisione quanto accaduto nella notte tra sabato e domenica a Baldissero d’Alba, nel cuneese, dove un autotrasportatore 35enne avrebbe sparato con una pistola dopo aver sentito rumori provenire dall’esterno e aver visto alcune persone che avrebbero tentato di introdursi nella sua abitazione. Nella sparatoria è rimasto ucciso un uomo, un 36enne di origine albanese, ma da tempo residente a Torino. L’autotrasportatore è indagato per omicidio ma al momento non risulta che nei suoi confronti siano stati assunti provvedimenti e a quanto si è appreso verrà sentito nei prossimi giorni.

“Ieri sono stato tutto il giorno con lui e questa mattina la prima telefonata che ho fatto l’ho fatta a lui – sottolinea all’Adnkronos il legale, Piermario Morra – è un ragazzo perbene, famiglia, lavoro, amici, e ora è distrutto, ha una certa sensibilità ed ora è completamente avvolto dal dolore. Gli è caduto il mondo addosso”.

L’avvocato della famiglia della vittima albanese: “Da chiarire numero di colpi, direzione e distanza”

“La famiglia chiede che sia rispettato il loro dolore e il loro lutto e non vuole rilasciare alcuna dichiarazione”, sottolinea all’Adnkronos Roberta Sisimbro, avvocato della famiglia del 36enne rimasto ucciso.

“Sono tantissimi gli elementi che andranno verificati a partire dal numero dei colpi, la direzione e la distanza – aggiunge il legale – pertanto attendiamo il prosieguo delle indagini”.

Elezioni in Germania, a Berlino vince la Sinistra. A Meclemburgo trionfa l’AfD. Tonfo di Merz

Sconvolgimento elettorale nella capitale federale e sulla costa nord-orientale del Paese! Alle elezioni per la Camera dei rappresentanti di Berlino e alle elezioni regionali del Meclemburgo-Pomerania Anteriore, gli elettori hanno dato la maggioranza dei voti alle frange estremiste. Il Partito della Sinistra, l’AfD e il BSW insieme raggiungono quasi il 50% di tutti i voti. Lo riferisce Bild.

Ciò ha conseguenze anche per il governo federale: in una prima reazione, il cancelliere e leader della CDU Friedrich Merz (70 anni, CDU) ha parlato di un risultato difficile. Ha chiesto ai tedeschi di non essere sempre negativi e si è assunto la responsabilità. Ha chiarito: “Le riforme sono necessarie”, anche se colpiscono duramente alcune persone. Tuttavia, vuole mostrare fermezza e intende continuare a ricoprire sia la carica di cancelliere che quella di presidente della CDU.

Il risultato delle elezioni a Berlino

Alle elezioni di Berlino, il partito Sinistra, con la sua candidata di punta Elif Eralp (45), ha ottenuto quasi il 25% dei voti, secondo le proiezioni dell’ARD (ore 18:28), quasi il doppio del risultato delle ultime elezioni. Nella sua prima reazione, Eralp, vincitrice del partito Sinistra, ha ringraziato i suoi elettori, affermando: “Nella nostra città, l’amore ha trionfato sull’odio e sull’incitamento all’odio”.

La CDU, con Stefan Evers (46, CDU), successore di Kai Wegner, ha ottenuto circa il 20%, piazzandosi al secondo posto (in calo di 8 punti percentuali). L’AfD, invece, ha quasi raddoppiato il suo risultato a Berlino, raggiungendo quasi il 16% e diventando il terzo partito più forte. L’SPD ha ottenuto il 12%, una perdita significativa. I Verdi hanno mantenuto di poco il loro risultato con il 15%.

Tre questioni principali sono state decisive nelle elezioni: affitti accessibili ed espropriazioni, sicurezza e il crescente problema dei rifiuti in città! Il sondaggista Klaus Peter Schöppner (77) vede molti parallelismi con le elezioni di New York. Lì, il democratico di sinistra Zohran Mamdani (34) è stato eletto sindaco nell’autunno del 2025 con la campagna “Piccolo contro Grande”. Schöppner: “Lo ‘slancio Mamdani’ del candidato di punta di sinistra Eralp potrebbe, tra tutti i posti, aiutare la capitale a formare un governo rosso-rosso-verde brillante”.

La situazione rimane tesa per il BSW a Berlino . Secondo l’ARD, il partito di Wagenknecht ha ottenuto circa il 5% dei voti e non è quindi sicuro di ottenere un numero sufficiente di seggi alla Camera dei rappresentanti. L’FDP è ancora una volta assente dalle urne, relegando i liberali tra gli “altri partiti”.

Risultati delle elezioni nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore

Nelle elezioni del Meclemburgo-Pomerania Anteriore, tutti i sondaggi pre-elettorali hanno mostrato una gara serrata tra la ministra-presidente dell’SPD Manuela Schwesig (52) e il principale candidato dell’AfD Leif-Erik Holm (56) fino all’ultimo.

Tuttavia, secondo le proiezioni di ARD (ore 18:28), i socialdemocratici hanno ottenuto poco meno di 36 punti. Si tratta di un calo di 4 punti rispetto alle ultime elezioni. L’AfD, con poco più di 37 punti, ha quasi raddoppiato il suo risultato (un incremento di 20 punti). Questo rende l’AfD il partito più forte nel nuovo parlamento regionale di Schwerin.

Nelle elezioni del Meclemburgo-Pomerania Anteriore, i candidati si sono rivelati decisivi: Schwesig si è presentata come “la donna contro l’estrema destra”, mentre Holm, candidato dell’AfD, ha optato per una linea dura in materia di immigrazione. L’istituto di sondaggi Schöppner individua una tendenza chiara: “Cosa possiamo imparare da Schwesig? Che è possibile essere al contempo una figura accessibile e premurosa e una strenua difensore dei propri elettori. Il fatto che le critiche alla politica federale le abbiano fruttato un indice di gradimento così elevato dimostra ancora una volta la debolezza del governo federale nelle elezioni statali”.

La notte delle elezioni è stata amara per la CDU: con il suo candidato di punta Daniel Peters (45, CDU), è riuscita a ottenere appena il 5% dei voti, un calo di 7 punti percentuali. Il peggior risultato nella storia della CDU! Una debacle anche per il cancelliere Merz, che ha trascorso la serata con la dirigenza del partito alla Casa Konrad Adenauer, ma si è recato direttamente dalla stampa dopo la pubblicazione delle prime proiezioni poco dopo le 18:00.

La situazione rimane tesa per il BSW, scrive Bild. Secondo l’ARD, il partito di Wagenknecht ha raggiunto circa il 5% e deve quindi ancora preoccuparsi di entrare nel nuovo parlamento regionale. L’FDP è destinato a essere estromesso dal parlamento regionale, unendosi così anche in questo caso alle fila degli “altri partiti”.

La questione della formazione del governo resta aperta

Non è ancora chiaro chi governerà Berlino. Secondo i primi risultati, una coalizione rosso-verde-rossa ha la maggioranza, mentre una coalizione nero-verde-rossa (CDU/CSU, Verdi e SPD) ha una maggioranza risicata. Nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore, Manuela Schwesig dovrebbe essere confermata alla carica di Ministro-Presidente.

Il cancelliere Merz: “Un disatro”

Riguardo ai risultati elettorali, ha affermato, riferendosi alle elezioni nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore , che si è trattato di un “disastro che non può essere edulcorato”. Ma la CDU è stata “schiacciata” nella competizione tra AfD e SPD.

Il principale candidato di Berlino, Stefan Evers, ha garantito un “risultato rispettabile” alle elezioni berlinesi grazie al suo “grande impegno”. Entrambe le campagne elettorali sono state difficili a causa della “mancanza di sostegno da parte di Berlino”.

Una diagnosi chiara: Merz era chiaramente intenzionato a stroncare sul nascere qualsiasi speculazione sul suo futuro quella stessa sera. Si era infatti assicurato l’appoggio dei potenti membri del comitato esecutivo della CDU . Questo perché in precedenza si era ipotizzato che la posizione di Merz sarebbe stata a rischio in caso di una sconfitta totale nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore.

Sorprende i ladri nel cortile di casa, spara e ne uccide uno. Indagato per omicidio

Un altro caso Roggero in provincia di Cuneo. Nella notte a Baldissero d’Alba, nel Cuneese, un uomo ha sorpreso ladri nel cortile di casa e, secondo una prima ricostruzione, avrebbe esploso alcuni colpi nel buio con una pistola, regolarmente detenuta, uccidendo uno degli intrusi.

Il fatto – secondo le prime informazioni trapelate riportatate dall’Ansa – sarebbe avvenuto intorno alle 2 della notte in un cascinale in ristrutturazione. Il proprietario, italiano di 35 anni, sarebbe stato solo in casa quando avrebbe sentito dei rumori provenire dall’esterno. A quel punto avrebbe sparato, colpendo una persona. La vittima, in via di identificazione, sarebbe un uomo di 40enne anni dell’est europeo.

Il 35enne che ha sparato e ucciso uno della banda è indagato per omicidio. In base a quanto si apprende l’indagato è attualmente in caserma a Bra dove viene ascoltato dagli inquirenti.

Le indagini sono condotte dai carabinieri del reparto operativo di Cuneo che stanno ricostruendo quanto avvenuto nella notte. Il ladro faceva parte di una banda di 4/5 persone che si sono date alla fuga e sono al momento ricercate.

Il 35enne, un autotrasportatore, al momento del fatto era da solo nella cascina, di proprietà dei genitori, dove sono in corso lavori di ristrutturazione. Ha sparato con una pistola semiautomatica regolarmente detenuta.

L’episodio riporta alla mente il caso di Mario Roggero, il gioelliere che dopo l’ennesima rapina ha inseguito i rapinatori uccidendo due banditi e ferendone un altro. Con sentenza definitiva la vittima è stata condannata a 15 anni di carcere e ora sta scontando la pena inflittagli, tra le proteste politiche del centrodestra.

Maxi-tamponamento tra 15 auto sull’A2 a Reggio, due feriti

Polizia stradale incidente
archivio

Un maxi-tamponamento si è verificato sull’autostrada A2 nel tratto tra gli svincoli di Gallico e Reggio Calabria porto.

Sono una quindicina i veicoli coinvolti e due le persone ferite nell’incidente mentre si trovano sulla carreggiata in direzione sud.

Probabilmente provocato dalla forte pioggia che si è abbattuta su Reggio in tarda mattinata, il maxi-tamponamento ha mandato in tilt la circolazione della principale arteria di ingresso nella città dello Stretto.

Per consentire i soccorsi e la rimozione dei mezzi incidentati, infatti, la carreggiata è stata provvisoriamente chiusa al traffico.

Sul posto sono intervenuti gli agenti della Polizia stradale e le squadre dell’Anas che hanno messo in sicurezza l’area e hanno eseguito i rilievi per ricostruire la dinamica dell’incidente.

Per qualche ora il traffico è stato deviato sulla Nazionale con uscita obbligatoria allo svincolo di Gallico. In questo momento, invece, il traffico è stato riaperto solo su una corsia in attesa di liberare completamente la carreggiata.

Von der Leyen: L’UE perde 90 miliardi di euro a causa della situazione a Hormuz

Commissione Europea a Bruxelles
Commissione Europea a Bruxelles

L’Unione europea ha perso 90 miliardi di euro a causa del conflitto intorno all’Iran e della situazione nello Stretto di Hormuz, ha dichiarato la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen citata dalla Tass.

“Dall’inizio del conflitto nello Stretto di Hormuz, i combustibili fossili importati ci sono costati 90 miliardi di euro in più, senza che ciò abbia comportato un solo aumento della produzione di energia”, ha dichiarato rivolgendosi al Parlamento europeo.

A questo proposito, l’UE deve raddoppiare gli sforzi per lo sviluppo di “energia pulita, accessibile e prodotta internamente, che sia rinnovabile o nucleare, che sia biometano o altro”, ha aggiunto von der Leyen. “Per raggiungere questa indipendenza dobbiamo elettrificare l’Europa. Il nostro obiettivo è raddoppiare la quota di elettricità entro il 2040. In questo modo l’Europa potrebbe ridurre la spesa per le importazioni di combustibili fossili di 260 miliardi di euro all’anno”, ha sottolineato.

“Iran e Oman concordano sul piano per la riapertura dello Stretto di Hormuz”

Le autorità iraniane e omanite hanno raggiunto un accordo su un piano per riaprire lo Stretto di Hormuz alla navigazione, ha dichiarato il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi durante un incontro con il suo omologo cinese Wang Yi. Lo riporta la Tass.

“La parte iraniana ritiene che il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran rimanga in vigore. L’Iran ha già raggiunto un accordo con l’Oman su un piano per la riapertura dello Stretto di Hormuz e ritiene che la parte statunitense debba rispettare fedelmente tutti gli impegni assunti”, ha dichiarato Araghchi, secondo quanto riportato dal Ministero degli Esteri cinese.

Attacco Houthi alla base in Arabia, colpito un caccia italiano. “Che ci faceva lì”

Gli Houthi hanno colpiscono anche bersagli italiani, provocando gravi danni, per fortuna senza alcuna vittima. E’ successo in Arabia Saudita. Uno dei droni lanciati probabilmente dai miliziani yemeniti va a segno contro un caccia Eurofighter italiano, che si trovava fermo all’interno della base aerea saudita King Fahd a Ta’if, dove si trovano gli uomini del contingente italiano con centinaia di militari, impegnati dallo scorso marzo nell’operazione Task Force Arabia, in supporto alla difesa dei cieli dei Paesi partner del Medio Oriente.

L’hub ha subito nella notte tra il 17 e il 18 settembre diversi attacchi e i vertici militari italiani fin da subito sono rimasti in contatto con il ministro Guido Crosetto: “Non vi sono nostri militari coinvolti. Nell’attacco è stato colpito un velivolo F-2000”, riferirà poi il titolare della Difesa, il quale ha chiesto anche “un’ulteriore valutazione, dopo quelle già effettuate nelle scorse settimane, sull’evoluzione del quadro, sulle condizioni del nostro personale e sulle possibili opzioni operative”. E ha precisato: “Mi è stato riconfermato che erano già state messe in atto da tempo tutte le misure di sicurezza a salvaguardia del personale militare”.

L’eliminazione di uno dei quattro caccia presenti nella base rappresenta comunque un duro colpo, con il quale vanno anche in fumo oltre cento milioni di euro, se si pensa al costo di un singolo Eurofighter. Diversi sono i dubbi posti dall’opposizione sulla presenza dei nostri militari in quell’area mentre nuovi sviluppi si affacciano in queste ore sul fronte della diplomazia internazionale, impegnata a una de-escalation delle tensioni in quella specifica area del Golfo. Il presidente statunitense Donald Trump ha spiegato che sono in corso interlocuzioni con i miliziani dello Yemen per tentare un accordo mentre l’Arabia Saudita ha proposto una tregua di due settimane: nonostante ciò gli Houthi si sono mostrati scettici nei confronti dell’offerta, auspicando una “soluzione definitiva e completa al conflitto”.

Al momento quindi il conflitto prosegue. In Italia sul fronte politico l’attacco all’Eurofighter ha provocato la reazione di M5s, Pd e Alleanza Verdi e Sinistra, che chiedono al ministro Crosetto di “riferire subito in Parlamento”, affinché il governo “dica quali provvedimenti intende prendere prima che, oltre a perdere aerei da oltre cento milioni l’uno, si perdano anche delle vite umane”, sostengono i Cinque Stelle ricordando i rischi già segnalati per i soldati italiani e sottolineando che – per quelli schierati nella base saudita – non c’è stato alcun coinvolgimento del Parlamento. Stessi toni dal partito Democratico, per il quale “il fatto che un velivolo F-2000 italiano sia stato colpito è un elemento che non può essere derubricato quasi ad essere considerato un semplice incidente. Il governo deve spiegare quale sia oggi la natura della nostra presenza in Arabia Saudita, quali siano i rischi per il personale italiano e se le condizioni che avevano motivato il nostro impegno siano ancora le stesse. Non possiamo – proseguono i dem – limitarci a prendere atto degli attacchi e delle misure di sicurezza adottate”. E Avs aggiunge i timori per il “concreto il rischio che l’Italia venga trascinata sempre più nell’escalation militare in Medioriente”.

Sul tema interviene anche il leader di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci: “Sono preoccupato da sempre per la situazione non solo nel Mar Rosso, ma anche della guerra russo-ucraina – dice – . Peccato che sembrerebbe che c’è qualcuno che soffi sui venti di guerra e che continui a sostenere una guerra a oltranza. Se questa decisione incrementa la sicurezza dei nostri uomini è benvenuta”, ha detto l’ex generale ribadendo che “la situazione è certamente preoccupante”.

Tentato omicidio plurimo, condannato a 11 anni un vibonese

Il Tribunale di Vibo Valentia ha condannato a 11 anni di reclusione Michele Fiorillo, di 40 anni, accusato di essere tra i responsabili del tentato quadruplice omicidio commesso il 3 ottobre 2004 a Piscopio, frazione di Vibo Valentia, ai danni di Rocco e Nicola Bellissimo, Cosmo Pistininzi e Pietro Pasquale Cannatelli.

Per Fiorillo, difeso dall’avvocato Diego Brancia, la Procura aveva chiesto una condanna a 20 anni. Il fatto avvenne durante i festeggiamenti per il Santo Patrono e fu scatenato da futili motivi.

Secondo l’accusa, Fiorillo avrebbe fatto parte di un gruppo composto da altre persone – per le quali ci sono stati altri processi – nell’azione che portò al ferimento con colpi d’arma da fuoco delle quattro vittime.

La contestazione aveva inizialmente trovato spazio nel procedimento “Portosalvo”, ma aveva poi seguito un percorso autonomo. Il gup distrettuale Gilda Danila Romano aveva infatti disposto lo stralcio dell’imputazione, separandola dalle altre contestazioni e trasmettendo gli atti al Tribunale collegiale di Vibo Valentia per il giudizio ordinario relativo al fatto di sangue del 2004.

Il Tribunale non ha accolto integralmente la prospettazione della Procura. I giudici hanno infatti escluso l’aggravante della premeditazione, riconoscendo invece quella mafiosa. Una decisione che ha inciso sulla pena, fissata in 11 anni di reclusione, nove in meno rispetto ai 20 anni richiesti dal pubblico ministero.

Fiorillo, attualmente sottoposto al 41bis, figlio di Pino Fiorillo, rimasto ferito nell’agguato del 1995 a Briatico insieme a Saverio Razionale, è stato indicato dagli investigatori come esponente di rilievo del locale di ‘ndrangheta di Piscopio, nelle ricostruzioni giudiziarie collegato alla struttura riconosciuta dal “Crimine” di Polsi. (Ansa)

Rissa aggravata e tentato omicidio a Reggio, un arresto e tre obblighi

Nei giorni scorsi, a conclusione di un’attività di indagine coordinata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria, la Polizia di Stato ha dato esecuzione ad
un’ordinanza di misura cautelare della custodia in carcere per un ventottenne reggino e dell’obbligo della presentazione alla polizia giudiziaria per altri tre giovani, tutti indagati, a diverso titolo, per i reati di rissa aggravata e tentato omicidio in concorso.

I fatti risalgono al 7 aprile scorso, giorno in cui, dopo una breve discussione avvenuta nelle vie
del centro cittadino, i contendenti si sono affrontati con l’uso di un coltello e di una chiave svitabulloni, procurandosi numerose lesioni nonché, per uno dei soggetti coinvolti, profonde lesioni all’addome e lo sfregio permanente del viso.

Le indagini della Squadra Mobile, coordinate dalla Procura della Repubblica reggina, hanno consentito di ricostruire le fasi più cruente della lite, culminata in una stradina isolata del quartiere Archi, scaturita da una banale discussione avvenuta in Piazza Garibaldi per futili motivi.

Peculato, arrestato l’ex Presidente dell’Ordine dei Commercialisti di Castrovillari

I Finanzieri del Comando Provinciale di Cosenza hanno dato esecuzione ad un ordine di carcerazione emesso dalla Procura della Repubblica di Castrovillari nei confronti di un ex Presidente dell’Ordine dei Commercialisti e degli esperti Contabili del capoluogo del Pollino.

La complessa indagine, svolta dai finanzieri della Compagnia di Castrovillari, è risultata particolarmente difficoltosa in quanto la documentazione acquisita si presentava frammentaria e la relativa contabilità era tenuta in modo disordinato.

Le Fiamme Gialle, tuttavia, hanno ricostruito e dimostrato la responsabilità dell’ex Presidente dell’Ordine dei Commercialisti e degli esperti Contabili di Castrovillari, in relazione al reato di peculato, perché tra il 2010 e il 2014 quest’ultimo si era appropriato indebitamente di oltre 160.000 euro dai fondi delle casse dell’Ordine, prelevati dai conti correnti bancari e postali dell’Ente senza rendicontazione né documenti giustificativi di spesa, utilizzandoli invece per esigenze di natura personale.

La responsabilità penale dell’ex Amministratore è stata confermata dal Tribunale di Castrovillari con l’emissione di un provvedimento di condanna passato in giudicato, che ha disposto per l’uomo la pena della reclusione di 6 anni e 9 mesi e le pene accessorie dell’interdizione perpetua dai Pubblici Uffici e dell’incapacità perpetua di contrattare con la Pubblica Amministrazione.

Mosca: “Il presunto massacro di Bucha una messinscena Kiev-UK. L’Onu sa ma non risponde”

Il mancato riscontro da parte dell’ONU alle richieste della Russia in merito ai presunti omicidi avvenuti a Bucha, vicino a Kiev, nel 2022, dimostra ancora una volta che si è trattato di una provocazione orchestrata dall’Occidente, ha dichiarato la portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, durante una conferenza stampa dell’agenzia Tass in cui è stato presentato un rapporto del Tribunale pubblico internazionale sui crimini dei neonazisti ucraini, che smaschera la falsificazione degli eventi di Bucha.

La portavoce ha sottolineato “che la falsificazione è stata avviata dai finanziatori occidentali del regime di Kiev, principalmente il Regno Unito, che non erano soddisfatti degli accordi di Istanbul”.

Organizzatori della provocazione, le loro azioni

La falsificazione degli eventi di Bucha fu orchestrata dai finanziatori occidentali del regime di Kiev, insoddisfatti degli accordi di Istanbul: “Questi colloqui non solo scontentavano l’Occidente (con il Regno Unito al centro di questo piccolo gruppo), ma questi Paesi avevano bisogno di far deragliare i negoziati. Ed è esattamente quello che è stato fatto”.

I dati e i fatti disponibili dimostrano chiaramente – racconta la Tass citando Maria Zakharova – che l’intera vicenda di Bucha è stata una completa falsificazione commissionata dal Regno Unito: “Abbiamo dati e fatti che ci permettono di affermare con assoluta certezza che l’intera vicenda di Bucha è una falsificazione sfacciata, in cui un ruolo chiave è stato assegnato specificamente alla BBC e ai media occidentali, termine che ora va messo tra virgolette perché si è tradito da solo partecipando alla provocazione. È stato il governo britannico a commissionare tutto questo.”

Dopo la falsificazione, Bucha divenne un “luogo di pellegrinaggio” per i leader occidentali, i capi delle organizzazioni internazionali e i giornalisti occidentali.

Nessuno dei rappresentanti delle organizzazioni internazionali, comprese le Nazioni Unite, né dei media occidentali, tantomeno il regime di Kiev, ha fornito elenchi delle persone uccise a Bucha nel corso di tutti questi anni: “Non sono stati trovati nomi reali di civili che sarebbero stati vittime delle presunte atrocità commesse dalle truppe russe secondo l’Occidente. Né le Nazioni Unite, né altre organizzazioni internazionali, né i media occidentali, né tantomeno le autorità di Kiev hanno fornito elenchi delle persone uccise a Bucha nel corso di tutti questi anni”.

Sebbene con il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres “sia tutto chiaro”, rimangono dei dubbi per i media: “E non solo per i media occidentali, ma anche per molti altri che si sono affidati a quella che consideravano la professionalità dei colleghi occidentali e hanno ritrasmesso i loro report senza ulteriori verifiche. Anche noi li abbiamo esortati a non cedere a questa enfasi”.

Il regime di Kiev sta presentando i militanti eliminati del battaglione nazionalista Azov (un’organizzazione designata come terroristica e bandita in Russia) come civili presumibilmente uccisi a Bucha: “Hanno spacciato i militari ucraini per civili, principalmente, a quanto ci risulta, estremisti del battaglione nazionalista Azov, un’organizzazione terroristica”.

“Hanno confuso nomi e cognomi e hanno commesso un crimine non solo ideando e mettendo in atto la provocazione, ma anche sviando il mondo.”

Vi sono inoltre stranezze e contraddizioni riguardo alla comparsa dei nomi delle vittime della provocazione di Bucha su un monumento cittadino, mentre il regime di Kiev non ha ancora fornito un elenco dei morti: “È questo che ha spinto tutti a iniziare a indagare su cosa siano questi nomi, come siano comparsi lì, chi siano queste persone e cosa significhi tutto ciò”.

Nessuna risposta delle Nazioni Unite alle richieste russe

Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, non ha fornito elenchi delle vittime di Bucha, nonostante le numerose richieste da parte russa: “Nel corso di tutti questi anni, Mosca si è ripetutamente rivolta al Segretario Generale delle Nazioni Unite, sia pubblicamente che per iscritto. Lui stesso e i suoi colleghi hanno visitato Bucha, il luogo che definiscono una scena del crimine. E noi abbiamo chiesto che fornissero elenchi di coloro che presumibilmente hanno onorato lì, la cui memoria hanno commemorato lì, i cui nomi sono stati menzionati lì. Dopotutto, stavano commemorando qualcuno…”

Il mancato riscontro da parte delle Nazioni Unite alle richieste russe riguardanti gli eventi di Bucha dimostra ancora una volta che si trattava di una provocazione una messinscena: “Questo è stato solo uno dei motivi per credere che l’intera vicenda non fosse altro che una sanguinosa provocazione. Direi che è stato un ulteriore fattore che ci ha convinto che tutto ciò non fosse solo una provocazione del regime di Kiev, ma una campagna di disinformazione globale”.

Il segretario generale delle Nazioni Unite ha preso parte alla provocazione di Bucha assecondando la campagna anti-russa: “Guterres – e posso affermarlo ufficialmente – ha consapevolmente assecondato la campagna anti-russa”.

Ciò equivaleva a “una violazione del principio di neutralità, che è fondamentale per un capo delle Nazioni Unite”.

Un rapporto dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Volker Turk, pubblicato nel dicembre 2022, è diventato “una delle principali fonti falsificate su Bucha”: “Ciò che sorprende di più è che il Segretario Generale non solo non abbia messo in discussione le sue conclusioni, che contenevano un’accusa del tutto infondata e in qualche modo incrollabile contro il nostro Paese, ma non abbia nemmeno tentato di verificare tali risultati nel corso di tutti questi anni”.

Il coinvolgimento del Segretariato delle Nazioni Unite nella provocazione di Bucha non resterà impunito: “Bisognerà ammettere le proprie responsabilità, soprattutto alla luce dei nuovi fatti emersi oggi. Ci vorrà molto tempo per cancellare questa vergognosa macchia dalla reputazione dell’ONU”.

“Le interviste anonime non possono essere l’unica ed esclusiva fonte di informazione, eppure per l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Volker Turk lo sono state.”

Contrariamente al suo mandato, l’ONU è coinvolta nella provocazione di Bucha come parte di parte a sostegno dell’Occidente e del regime di Kiev, anziché condurre un’indagine onesta: “Non sono coinvolti in un’indagine. Sono coinvolti come parte di parte a sostegno del regime di Kiev e della NATO”.

La posizione della Russia

La Russia ha immediatamente dichiarato nel 2022 che gli eventi di Bucha erano una provocazione, “una storia falsa e disinformativa che prevedeva la diffusione di narrazioni palesemente false”.

Mosca ha fatto appello alle organizzazioni internazionali affinché le informassero immediatamente dell’avvenuta provocazione e sottolineassero che essa presentava chiaramente i tratti distintivi di un’azione commissionata e trasformatasi in una vera e propria campagna di disinformazione.

La delegazione russa guidata dal ministro degli Esteri Sergey Lavrov presenterà il rapporto sulla provocazione di Bucha a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite: “Sfrutteremo ogni opportunità per farlo”.

Il rapporto verrà inoltre diffuso al forum “Dialogue about Fakes 4.0”: “Sono certo che in quell’occasione verrà lanciato un nuovo appello alla comunità internazionale affinché conduca indagini indipendenti”.

La Russia chiede ai media internazionali di continuare a indagare su quanto accaduto a Bucha alla luce delle nuove informazioni che emergono, pur non facendosi illusioni data la parzialità delle Nazioni Unite: “Chiediamo a tutti di farlo, ma visto che indagini simili sono state bloccate in passato dalle Nazioni Unite, non ci facciamo illusioni a riguardo”.

Il lavoro dei verificatori di fatti
I verificatori di fatti di tutto il mondo stanno indagando sulla provocazione di Bucha seguendo diverse piste: “L’indagine è ora condotta da verificatori di fatti di tutto il mondo su diverse direttrici. E coloro che hanno falsificato tutto questo devono essere chiamati a risponderne ora.”

Il Rapporto

In Russia sono stati presentati documenti che smascherano la falsificazione da parte di Kiev degli eventi di Bucha del marzo 2022.

Il rapporto contenente le prove è stato presentato dal suo autore, Maxim Grigoryev, presidente del Tribunale pubblico internazionale sui crimini dei neonazisti ucraini, in una conferenza stampa dell’agenzia TASS alla quale ha partecipato Maria Zakharova, direttrice del Dipartimento Informazione e Stampa del Ministero degli Esteri russo.

Contiene documenti che smascherano falsificazioni, nonché testimonianze oculari.

Secondo il rapporto, il regime di Kiev ha impiegato pratiche utilizzate dalla Germania nazista per inscenare gli incidenti di Bucha, “tra cui la presentazione in massa dei propri militari caduti in combattimento come ‘civili'”.

Inoltre, il Tribunale pubblico internazionale ha documentato “la classificazione di persone uccise dai bombardamenti ucraini come vittime delle truppe russe, la presentazione di anziani deceduti per malattia come persone uccise dalla Russia, nonché l’uccisione deliberata da parte delle forze armate ucraine dei propri cittadini affinché giornalisti ucraini e stranieri potessero registrarli come ‘vittime della Russia’”.

Bucha provocazione

Il 30 marzo 2022, nel contesto dei negoziati con l’Ucraina a Istanbul, le forze russe si sono ritirate dall’area intorno a Kiev, inclusa Bucha, come gesto di buona volontà.

Il 31 marzo, il capo dell’amministrazione locale lo ha confermato davanti alle telecamere.

Alcuni giorni dopo, la televisione occidentale ha diffuso filmati che mostravano corpi distesi per le strade, descritti come persone presumibilmente uccise da militari russi.

Mosca ha aperto un procedimento penale per la provocazione, con l’accusa di aver diffuso consapevolmente false informazioni sulle sue forze armate.

Incidente sulla statale 106 nel Reggino, una vittima e 4 feriti

Una donna morta e altre quattro persone ferite. E’ questo il bilancio di un incidente stradale che si è verificato, nel tardo pomeriggio, alla periferia sud di Bovalino (Reggio Calabria) sulla Statale 106.

A perdere la vita in uno scontro frontale tra due autovetture, che viaggiavano in sensi di marcia opposti, è stata una donna 50enne originaria di Gioiosa Jonica che si trovava a bordo di una Fiat Panda. Ferite le altre tre persone che erano in compagnia della vittima: una donna anche lei originaria di Gioiosa Jonica e trasportata con l’elisoccorso al Gom di Reggio Calabria e due minori trasportati all’ospedale di Locri.

Ferito in modo lieve il conducente reggino della Ford C-Max, l’altra autovettura coinvolta nello scontro. A causa dell’incidente il traffico nel tratto interessato è rimasto bloccato per alcune ore. Sul luogo dell’incidente i carabinieri del nucleo radiomobile della Compagnia di Locri e della Stazione di Bovalino, gli agenti della Polizia di Stato, i Vigili del fuoco, il personale sanitario del 118 e il personale Anas. La Procura di Locri ha disposto il sequestro dei due veicoli coinvolti.

La mossa di Meloni: “Abbiamo abolito il bollo auto, la tassa più odiata”

Palazzo Chigi

“Oggi aboliamo una delle tasse più odiate dagli italiani”. Giorgia Meloni, in versione Silvio Berlusconi, si presenta in conferenza stampa dopo il Consiglio dei ministri affiancata dai vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini e dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, l’uomo che tiene i cordoni della borsa. Il governo ha appena varato il decreto sulle accise, ma a catalizzare l’attenzione è un’altra misura, non annunciata: l’abolizione, nel 2027, del bollo auto per le vetture e le moto di media potenza. Un intervento che nasce dentro il decreto con i crismi dell’urgenza ma che, spiegano fonti di Palazzo Chigi, diventerà strutturale quando il governo affronterà il dossier della manovra.

La platea è vasta e abbraccia un totale di circa 14,5 milioni di veicoli. “Abbiamo deciso di abolire in modo strutturale il bollo auto per tutte le macchine di piccola e media potenza, cioè quelle che hanno fino a 80 kilowatt”, spiega Meloni, precisando che si tratta di “oltre il 70% delle auto in circolazione, più di 13,2 milioni di veicoli”, a cui si aggiunge “circa un milione e 100mila motoveicoli”. Il meccanismo, chiarisce la premier, “ricalca quello che un altro governo di centrodestra ha usato per la casa”: l’esenzione vale per una sola auto di proprietà per cittadino, sotto la soglia degli 80 kW, e si estende anche a chi possiede sia un’auto che una moto – “l’Alfano di turno… abbiamo fatto il lodo Alfano”, scherza Meloni riferendosi al suo portavoce, motociclista. Quanto alla copertura, la premier assicura che non graverà sulle Regioni, titolari del gettito: “Trasferiremo alle Regioni la quota di risorse che rappresenta per loro un mancato introito”.

Sul fronte carburanti, il governo prosegue con lo sconto sulle accise ma lo riduce progressivamente. “Continueremo a prevedere delle misure di contenimento, ma in forma più contenuta”, avverte Meloni, ricordando che finora sono stati spesi “oltre 2 miliardi di euro, quasi 2 miliardi e mezzo”, e che l’obiettivo ora è “concentrare le risorse che spendevamo su chi ne aveva maggiormente bisogno”. Nel concreto: taglio di 10 centesimi al litro sul gasolio per un’altra settimana (12,2 centesimi Iva compresa), poi uno sconto ridotto a 5 centesimi fino al 5 ottobre. Da quella data, spiega la premier, “non si va a zero perché interviene nuovamente il meccanismo delle accise mobili”, ormai “pienamente operativo” dopo essere “rimasto sulla carta” per anni: i maggiori proventi dello Stato torneranno a essere riversati per abbassare il prezzo alla pompa.

Sulla linea del governo si allineano i vicepremier. Tajani rivendica la misura del bollo come una battaglia storica di Forza Italia: “Cancella per moltissimi cittadini italiani una tassa invisa. Non è una novità questa proposta… sono anni che noi parlavamo dell’abolizione del bollo”. E respinge l’accusa di elettoralismo paragonando la misura all’Imu di Berlusconi: “Qui non è una promessa, è una decisione che è stata presa”.

Salvini, da ministro dei Trasporti, ne sottolinea la portata pratica: “Semplifica. La riscossione è complicata e c’è un alto tasso di evasione”, e apre a un ampliamento futuro: “Conto che sia l’inizio di un percorso… c’è una legge di bilancio a portata di mano”. Più cauto Giorgetti, che non nasconde la fatica della mediazione: “Ci siamo arrivati in modo sofferto, valutando tante opzioni”, pur ammettendo che la misura “inevitabilmente” diventerà “strutturale”. Il ministro nota anche un limite: la platea sono “quelli che hanno auto e quindi consumano benzina e gasolio”, mentre chi possiede un’elettrica “non ha alcun beneficio ma non ha neanche avuto maleficio” dei rincari.

Analisti: il conflitto Usa-Israele contro l’Iran è stato un boomerang. Il mondo è nella morsa energetica

La guerra di aggressione lanciata dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran più di sei mesi fa, e il suo impatto sul mondo in generale rimangono al centro dell’attenzione dei media e degli analisti internazionali.

Secondo analisi citate dai media arabi l’aggressione congiunta tra Stati Uniti e Israele, iniziata il 28 febbraio 2026, non solo ha compromesso la sicurezza dell’Asia occidentale, ma si è trasformata in una crisi di vasta portata con conseguenze dirette sulla sicurezza energetica, il commercio, i trasporti marittimi e l’inflazione a livello globale, in particolare un “boomerang” contro gli stessi aggressori e loro alleati occidentali.

Stati Uniti e Israele hanno ricevuto ampie critiche per aver attaccato obiettivi civili e persone innocenti, e la Biblioteca britannica ha affermato in un rapporto che l’Iran ha esercitato il suo diritto alla legittima difesa e ha preso di mira le basi militari statunitensi in risposta all’aggressione.

I paesi di tutto il mondo, chi più chi meno apertamente, hanno definito la mossa anti-iraniana “un’aggressione ingiustificata” contro la sicurezza regionale e internazionale, e alcuni funzionari hanno sostenuto che gli attacchi hanno vanificato anni di sforzi per risolvere la questione nucleare.

Gli Stati Uniti dietro la crisi dello Stretto di Hormuz

La compromissione della sicurezza di una delle vie navigabili più vitali al mondo, lo Stretto di Hormuz che collega la regione del Golfo Persico, ricca di risorse energetiche, all’Oceano Indiano, è una delle conseguenze dell’aggressione israelo-americana.

Prima che gli Stati Uniti riprendessero gli attacchi in violazione del Memorandum d’intesa di Islamabad e il blocco dei porti iraniani, la via navigabile veniva utilizzata per il 20% delle spedizioni mondiali di petrolio e per oltre l’80% di quelle di GNL, spingendo Teheran a limitare legalmente il transito attraverso lo stretto.

Questo passaggio vitale è diventato il fulcro di una crisi commerciale globale. Un articolo dei media cinesi suggeriva come lo Stretto di Hormuz fosse di fatto diventato un collo di bottiglia per l’economia globale in seguito agli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran.

Secondo quanto riportato, le restrizioni alla navigazione hanno indotto alcune compagnie a cambiare rotta, optando per il Capo di Buona Speranza in Africa, una scelta che ha fatto lievitare notevolmente i costi di spedizione, e il traffico attraverso lo stretto è diminuito da una media di 129 navi al giorno prima della guerra a sole 3, con conseguente forte aumento dei prezzi del petrolio.

“Abbiamo vissuto a lungo nell’incubo che lo Stretto di Hormuz sarebbe stato chiuso allo scoppio della guerra, e ora ci troviamo proprio nel mezzo di questo incubo”, ha affermato Maurice Obstfeld, ricercatore senior presso il Peterson Institute for International Economics ed ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale.

La palude iraniana creata dallo stesso Trump

Le continue contraddizioni rilasciate dai funzionari statunitensi, incluso il presidente Donald Trump, riguardo alla guerra e al controllo dello Stretto di Hormuz, senza fornire alcuna prova, sono state un’ulteriore causa della volatilità del mercato energetico, poiché la realtà sul campo dimostrava che Washington non solo non era riuscita a riaprire il canale navigabile, ma aveva addirittura aggravato la situazione intensificando le tensioni e lanciando nuovi attacchi.

USA Today, in un articolo, ha evidenziato altre dimensioni delle conseguenze della guerra per gli Stati Uniti stessi, affermando che Trump si è trovato in una situazione difficile a causa della guerra contro l’Iran, che potrebbe costargli cara nelle elezioni di medio termine di novembre, in un contesto di un grave aumento dei prezzi del carburante per cittadini e imprese.

Il giornale statunitense ha inoltre accusato il principale alleato di Trump, Netanyahu, di aver bombardato le infrastrutture petrolifere iraniane, il che, se l’Iran dovesse reagire con attacchi di rappresaglia contro impianti energetici legati agli Stati Uniti nella regione, farebbe aumentare i prezzi del petrolio e destabilizzerebbe i mercati azionari statunitensi.

Secondo le analisi, l’amministrazione Trump non aveva un piano adeguato per affrontare la chiusura dello Stretto di Hormuz (e quello di Bab el-Mandel verso Suez nel Mar Rosso) e ha sottovalutato le capacità e la volontà militare dell’Iran, motivo per cui USA Today ha descritto la guerra come una situazione auto-inflitta dall’amministrazione Trump da cui sembra impossibile uscirne, in particolare adesso con le elezioni di metà mandato.

Impatto della guerra tra Stati Uniti e Israele sulla sicurezza energetica e alimentare globale

Alcuni rapporti e analisti hanno citato statistiche su come la guerra e la chiusura dello Stretto di Hormuz abbiano influenzato la catena di approvvigionamento di energia e materie prime in Asia e altrove, con un rapporto di JP Morgan che mostra come l’aumento dei costi del carburante non abbia colpito solo i trasporti, ma anche la produzione di fertilizzanti chimici.

I media cinesi hanno inoltre citato un avvertimento dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) circa l’impatto di queste interruzioni sulle catene di approvvigionamento di energia, fertilizzanti chimici e materiali, le cui conseguenze non si sono limitate solo al settore energetico e agricolo.

L’aumento del prezzo dell’energia e dei fertilizzanti chimici, la carenza di cibo e le interruzioni delle forniture hanno causato un grave shock in paesi come Corea del Sud, Taiwan, Giappone, Cina, India e in tutti i paesi europei, in quanto principali importatori. Circostanza aggravata dalle “auto-sanzioni” UE contro la Russia, paese che poteva offrire petrolio e gas a bassi prezzi.

In conclusione la questione adesso non è tanto il prezzo del carburante, se a 2,50/3 euro al litro alla pompa, ma se ne arriverà. Follia le “auto-sanzioni” dell’UE alla Russia. Le èlite globaliste hanno deciso la morte del Vecchio Continente?

Crolla un edificio danneggiato a Gaza, diverse vittime, feriti e dispersi

Un edificio residenziale danneggiato dai raid israeliani è crollato nella notte a Gaza City, uccidendo almeno 21 palestinesi (secondo un ultimo bilancio), tra cui cinque bambini, ferendone altri 14 e intrappolandone decine sotto le macerie, mentre le squadre di soccorso faticano a raggiungere i sopravvissuti a causa della grave carenza di attrezzature. Lo riportano i media arabi.

La Protezione Civile Palestinese ha dichiarato mercoledì che l’edificio di sette piani è crollato dopo aver subito danni in seguito a un bombardamento del regime israeliano.

Filmati verificati da Al Jazeera mostrano le squadre di soccorso che estraggono bambini dalle macerie, mentre i residenti aiutano a scavare a mano tra i detriti.

Secondo le testimonianze e i filmati verificati, si potevano udire le grida di aiuto dei bambini provenire da sotto le macerie, mentre le squadre della protezione civile lavoravano per raggiungere i sopravvissuti.

Un video mostrava una bambina estratta viva dalle macerie, mentre diversi sopravvissuti, tra cui bambini piccoli che apparivano senza fiato, venivano portati via in ambulanza.

Raed Mahmoud, portavoce della protezione civile di Gaza, ha dichiarato ad Al Jazeera che “le squadre della protezione civile stanno ancora lavorando per recuperare i martiri dalle macerie e cercare i dispersi. Ad oggi, ci sono ancora quasi 100 palestinesi sotto le macerie di questo edificio”.

Ha affermato che raggiungere le persone intrappolate era estremamente difficile perché le squadre di soccorso non disponevano dell’attrezzatura adeguata.

Secondo quanto riportato dai media locali, l’edificio era già stato colpito in un precedente bombardamento del regime israeliano, riportando crepe e compromettendo la sua stabilità strutturale prima del crollo.

Nel frattempo, “la guerra genocida condotta dal regime israeliano contro i palestinesi a Gaza ha danneggiato e parzialmente distrutto migliaia di edifici in tutto il territorio assediato, mentre le restrizioni all’ingresso dei materiali da costruzione hanno ostacolato le riparazioni”, si legge.

Molti palestinesi sono stati costretti a rimanere in edifici pericolosi che “mettono a rischio le loro vite” perché non hanno altro posto dove andare “in assenza di centri per rifugiati o tende adeguate”, ha affermato Mahmoud.

“Il regime israeliano” ha inoltre imposto severe restrizioni all’ingresso di attrezzature pesanti necessarie alle squadre di protezione civile per rimuovere in sicurezza le macerie e condurre operazioni di soccorso.

Di conseguenza, le squadre di soccorso sono state costrette a fare affidamento in gran parte sul lavoro manuale per raggiungere i palestinesi intrappolati in crolli simili, rallentando gli interventi di emergenza.

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